Praticare i territori #02 | Intervista a Irene Macalli
Per la rubrica Praticare i territori, intervistiamo Irene Macalli che ci racconta la sua ricerca d'artista e la mappatura attiva sul territorio beneventano.

Mi piacerebbe che ti raccontassi parlando della tua pratica artistica, che credo concida anche con una tua visione del lavoro dell'arte come pratica sociale. Insomma partirei appunto dalla tua storia e dai tuoi luoghi, oggi che si discute finalmente di "transfuga di classe" nel mondo culturale.
Sono Irene Macalli, artista e ricercatrice. Mi sono formata in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove ora sono dottoranda in Art, Music, Science, Territory and Community. Ho partecipato a diverse mostre collettive in Italia, Turchia e Germania. Ho svolto esperienze formative presso gli studi di Marisa Albanese e Gian Maria Tosatti, artisti che probabilmente hanno modellato i miei primi passi, e ho trascorso un periodo di studi in Turchia presso la Mimar Sinan Fine Arts University di Istanbul. Ho sempre cercato di affiancare alla mia formazione teorica esperienze con altri artisti, più grandi di me, partecipando a workshop e talk di Marinella Senatore, Cesare Pietroiusti, Yoshiko Shimada…artisti che, in un modo o nell’altro, lavorano coinvolgendo attivamente le persone.
La mia ricerca artistica, una ricerca basata sulla pratica, ha un posizionamento autobiografico. Sono nata e cresciuta in una piccola frazione di Sant’Agata de’ Goti, in provincia di Benevento, situata alle pendici del Monte Taburno, in una famiglia con origini profondamente radicate nel mondo contadino. Un mondo che ho visto morire con i miei occhi nella mia stessa famiglia. I miei nonni erano trebbiatori e, con il loro mestiere, diventavano nomadi in estate: il lavoro della trebbiatura li portava ad allontanarsi dal proprio paese per arrivare nell’entroterra più lontano. La trebbia diventava la loro casa, trasformandosi di notte in una capanna. Dunque, quel fare socialista-contadino e la forte ideologia ruralista hanno in qualche modo influenzato anche la mia pratica artistica.
Dopo essere tornata dalla Turchia e dopo un viaggio sul confine turco-siriano (2023–2024), rientro in Italia con la necessità di voler contribuire con qualcosa nel mio territorio, a me in parte sconosciuto avendo vissuto sempre a Napoli. Parliamo del territorio beneventano: un territorio rurale, prezioso e silenzioso, tra i più colpiti dal declino demografico; una geografia complessa. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi vivere in un’area marginalizzata.
Da qui nasce il progetto artistico "L’arte come riscatto sociale nei piccoli comuni", pubblicato da Giacovelli Editore, da cui è nata anche la mostra personale "Archivio rurale": un muro di terra presso la galleria Capnapoliest (Napoli, 2025). Nel 2025 sono stata invitata come artista in residenza per tre mesi presso il programma Artist in Residence Munich, dove ho potuto sperimentare la mia pratica anche in un contesto internazionale, soprattutto nel confronto con le artiste Thandi Pinto (Mozambico) e Heyyoung Ku (Corea del Sud), il collettivo italo tedesco Jet – Leg, l’artista tedesca Janina Totzauer e altr3.
Intraprendere questa strada, in un periodo di forte capitalismo e individualismo, non è semplice. Noi artisti siamo sempre stretti tra due richieste opposte: essere iper-produttivi e allo stesso tempo onnipresenti, agli opening, agli eventi. Ci dicono che bisogna vivere nelle grandi città, che altrimenti si viene dimenticati. Io sto facendo l’esatto contrario: sono ritornata al paese, sto decentralizzando la mia figura, il mio essere artista, la mia pratica. Nonostante questa scelta cerco comunque di essere presente in ciò che succede, nella città di Napoli ad esempio.
Ovviamente non sono l’unica ad aver fatto questa scelta: molti artisti e artiste lo hanno fatto e continuano a farlo, come ad esempio Selene Cardia, pittrice sarda ritornata a Silius, un territorio rurale e pastorale.
Mi domando quale ruolo possa avere un’artista rispetto alla questione dello spopolamento e al crescente individualismo dei piccoli paesi. Il deterioramento del tessuto sociale, causato dallo spopolamento, dall’invecchiamento della popolazione, dalla mancanza di prospettive future, ha indebolito il desiderio stesso di stare insieme e di immaginare un “noi”. Ed è proprio su questo che sto lavorando: provare a stare insieme, creare legami, relazioni, dialogo e scambi intergenerazionali attraverso pratiche semplici di cooperazione.

Parliamo della mappatura che stai sviluppando nel territorio beneventano: perchè nasce questa esigenza e puoi restituirci già una visione di cosa ha raccolto fino ad ora?
Focalizzando la mia ricerca sul territorio beneventano, in cui cerco di indagare le cause e gli effetti dell’arte partecipativa nei contesti rurali colpiti dallo spopolamento, attraverso un lavoro che integra teoria, pratica sul campo e laboratori con gli abitanti, sto cercando anche di mappare le pratiche artistiche e culturali che, dal basso, provano ad attivare il territorio. Quando parlo di pratiche artistiche e culturali mi riferisco alle arti visive e performative, alla musica e al teatro, ma anche a pratiche relazionali come laboratori, focus group, attività orientate al sociale, agricoltura di comunità e altri processi collaborativi. Sto concentrando la mia ricerca sul territorio per comprendere come l’arte partecipata — che rappresenta la mia pratica principale — insieme ad altre pratiche di cura, possa attivare azioni politiche nei paesi marginalizzati, generando senso di comunità, co-creazione e cooperazione. Il modulo online resterà aperto ancora per un po’, poiché la ricerca proseguirà nei prossimi due anni. Successivamente cercherò di inserire le realtà partecipanti nel quadro teorico della mia tesi di dottorato (con pubblicazione) e di favorire la creazione di una rete attraverso un progetto condiviso o una piattaforma dedicata.
Forse è inusuale che un’artista tenti di condurre una ricerca quantitativa e qualitativa attraverso un modulo online, analizzando tabelle e risposte. Tuttavia questa scelta nasce dall’esigenza di raggiungere in modo diretto e veloce più luoghi del mio territorio — esteso circa 2080 km² — contemporaneamente: per capire quante realtà nate dal basso esistono realmente, da quanto tempo operano, come si autosostengono, se ricevono finanziamenti, se coinvolgono le comunità locali e/o se queste interagiscono con loro (associazioni, collettivi, gruppi informali).
Al momento, nessun progetto nato con finanziamenti “megalomani” ha risposto; quelli nati dal niente, invece, hanno interagito.
Sicuramente i circoli ARCI nelle piccole realtà rurali del Sannio beneventano fanno la differenza, come il circolo Doppiozero Lab di Cusano Mutri o il circolo RuaViva di San Bartolomeo in Galdo.
Ma con questo modulo ho scoperto, ad esempio, Benzine, un gruppo informale attivo a Benevento e provincia, che descrive la propria pratica come un mezzo per documentare e promuovere le realtà che producono arte e cultura dal basso sul territorio. Oppure Maledetti Concerti, che nasce dalla necessità di artisti e band di fare rete, rafforzando così le possibilità dei singoli progetti.

"L'arte come riscatto sociale nei piccoli comuni" edito da Giacovelli Editore (luglio 2025), mi interesserebbe fare un affondo su alcuni dei progetti che citi in questa pubblicazione, facendo emergere l'agentività sociale dell'arte e come credi questo possa esser messo in pratica.
Il titolo del libro L’arte come riscatto sociale nei piccoli comuni è in realtà il titolo del progetto che nasce con l’intenzione di studiare i territori attraverso un’osservazione partecipante, coinvolgendo gli abitanti nella ricostruzione della memoria dei luoghi. Parte da un’idea molto diffusa secondo cui nelle aree interne e rurali si pensa spesso che non ci sia più nulla, come se fossero luoghi già morti.
Ma probabilmente, per chi resta o vuole tornare, c’è la necessità di iniziare a immaginare possibilità future. Nel libro cerco di raccontare cosa è accaduto a Pietraroja nell’agosto 2024. Pietraroja è un piccolo comune montano nato sui monti del Matese, in provincia di Benevento, al confine con il Molise. Situato a 818 metri s.l.m. ma si estende fino ai 1823 s.l.m. del Monte Mutria, che segna la soglia visiva tra Campania e Molise. È un paesaggio roccioso, alto, solitario e affettuoso, attraversato ogni giorno da mandriani, pascoli di mucche, pastori, pecore e dai “leoni delle montagne”: i cani da pastore. Dopo uno studio approfondito dei paesi della provincia e vari sopralluoghi, questo territorio ha catturato la mia attenzione. Lì è successo qualcosa di magico,
momenti di forte cooperazione e co-creazione in cui insieme, forse anche in modo inconsapevole e casuale, abbiamo abitato il territorio in una chiave nuova e semplice. Si è sviluppata una documentazione partecipata del territorio attraverso giornate trascorse insieme, un lavoro collettivo fatto da molteplici sguardi. A Febbraio 2024, dopo il primo sopralluogo, ho chiesto al sindaco e all’amministrazione, se potevo trasferirmi a Pietraroja per sviluppare una ricerca. Sono stata accolta con grande calore e, da febbraio ad agosto — mese in cui mi sono trasferita lì per un periodo continuativo — ho fatto diversi sopralluoghi, mi sono fatta conoscere e ho cercato di capire se la mia presenza fosse realmente accettata.
Una cosa fondamentale di cui tenere in conto è il tempo, ma anche la complessità, perché la realtà è stratificata e non lineare. Una certa durata del lavoro va accettata, soprattutto in progetti di questo tipo. Stando lì ho trascorso le giornate con le persone del posto, ho vissuto il paese, sono stata con i pastori, ho munto una pecora, ho camminato sulle cime delle montagne insieme a loro. Tutto questo è diventato ricerca, ricerca dei territori e nei territori — una ricerca che continuo ancora oggi con il dottorato.
Parallelamente abbiamo sperimentato un laboratorio di arte partecipativa. Si è creato uno spazio condiviso di co-creazione con un gruppo consolidato, principalmente, con le donne del rosario delle 17, una presenza fortissima, quasi matriarcale, del paese. Abbiamo lavorato sul ricamo, per realizzare una grande bandiera bianca attraversata da linee astratte ricamate con colori diversi.
All’inizio c’era titubanza, ed è normale. Nei processi partecipativi bisogna accettare sia il pubblico partecipante sia quello osservante: non tutti vogliono partecipare, alcuni preferiscono guardare, anche perché molto spesso diventa un vero e proprio lavoro. Abbiamo lavorato nella piazza, davanti alla chiesa dell’Assunta. Non in uno spazio chiuso, ma nel cuore del paese. Chiunque poteva inciampare tra di noi. Un gesto semplice come ricamare è diventato un modo per riabitare lo spazio pubblico, creare scambi tra generazioni, interrompere l’idea che quei luoghi siano solo scenari del quotidiano o del declino.


È lì che, secondo me, emerge l’agentività sociale dell’arte.
Non nell’opera in sé, ma nel processo che genera. L’arte diventa uno strumento per stare insieme, per produrre relazioni, per spostare anche di poco lo sguardo su ciò che consideriamo marginale.
Attraverso pratiche semplici abbiamo abitato il paese in modo diverso. Abbiamo dato visibilità a un mestiere che sta scomparendo, come la pastorizia. Abbiamo rimesso al centro saperi che rischiano di essere considerati residuali. Per me l’arte deve avere una tensione politica. Non nel senso ideologico, ma come presa di posizione. Come attivazione. È una forma di micro-attivismo quotidiano. Anche scegliere di acquistare un prodotto artigianale, sostenere un sapere locale, riconoscere valore a ciò che è fragile, è un gesto politico.
Con questo progetto ho compreso che l’arte, quando si radica in un territorio e si assume la responsabilità del tempo e delle relazioni, può diventare un buon punto di domanda: l’arte può essere uno strumento di riscatto sociale nei piccoli comuni? Non risolve i problemi strutturali dello spopolamento, ma apre immaginari, crea connessioni e amicizie, restituisce momenti sereni e sensibili ai luoghi e a chi li abita.
E a volte è proprio da questi movimenti ingenui che può nascere una possibilità diversa di futuro.

Vuoi indicarci qualche esperienza che hai visto, in Italia e non, e che ti ha ispirata o alcune ricerche che sono state per te un riferimento per dare una postura di sguardo e metodo alla tua pratica artistica?
Una figura per me molto importante, che continua a essere un riferimento, è l’antropologa Anna Rizzo. Attraverso le sue letture – in particolare il libro Paesi Invisibili – ho cercato di coltivare una sensibilità necessaria per avvicinarmi a questi luoghi con maggiore consapevolezza. Le sue ricerche mi hanno aiutata a non azzardare, a comprendere quanto sia delicato intervenire nei territori segnati dallo spopolamento e da fragilità strutturali come il mio.
Negli ultimi anni, i piccoli comuni – spesso trasformati narrativamente in “borghi” – sono diventati oggetto di numerose sperimentazioni politiche e progettuali. Si moltiplicano strategie per il ripopolamento e iniziative di rigenerazione che usano l’arte come strumento. Io credo che l’arte possa essere uno strumento potente, ma solo se praticata con consapevolezza.
Osserviamo talvolta progetti calati nei piccoli comuni che adottano il linguaggio dell’arte e della partecipazione senza un reale radicamento nei processi artistici e/o nelle comunità locali. Quando un progetto è mal progettato o non realmente condiviso, il rischio è quello di incrinare la fiducia delle persone e di lasciare ulteriori fratture. Esporre il risultato finale di un percorso superficiale può generare fraintendimenti su cosa sia l’arte e su quale possa essere il suo reale ruolo nei territori. Il
tema dei territori è alquanto delicato, e queste manifestazioni di artwashing mostrano quanto il problema di questi luoghi venga talvolta semplificato, diviso, separato e nascosto.
Non sto dicendo che i progetti di rigenerazione che utilizzano l’arte non debbano esistere, anzi. Ma forse dobbiamo interrogarci su chi li realizza e con quali modalità. Coinvolgere artisti e artiste che lavorano da tempo su pratiche partecipative, che conoscono la complessità dei contesti e che scelgono di operare con cura e non solo per il guadagno economico, può fare la differenza. Un
progetto mal costruito non è neutro: produce effetti, macerie, talvolta duraturi.
Mi è stato chiesto come faccio a coinvolgere le persone, come faccio a far comprendere loro l’importanza di una pratica del fare insieme. Oppure mi chiedono se le persone di un posto, magari gli anziani o i pastori, capiscano che questa sia arte contemporanea, o addirittura quale sia la mia performance. Ma qui parliamo di qualcosa che va oltre l’arte contemporanea, Selene Cardia direbbe che parliamo di sentimento, qualcosa che ormai viene nascosto…
Personalmente guardo con interesse alle esperienze nate dal basso, autogestite, costruite con fatica da chi ha creduto profondamente in un’idea: residenze artistiche indipendenti, spazi culturali periferici, orti di comunità, progetti che emergono da bisogni reali. In questi casi, ciò che mi colpisce non è solo il risultato, ma il processo e la sua capacità di generare continuità in questi luoghi, un esempio che mi viene da citare è il Museo Palazzo Milio – La stanza della seta, una residenza artistica a Ficarra, Sicilia, fondata da Mauro Cappotto alla fine degli anni 80 e tuttora attiva: un lavoro duraturo grazie alle relazioni create.
Mi interrogo spesso su cosa rimanga in un luogo dopo la conclusione di un progetto: quale sia l’“aftereffect”, quale tipo di trasformazione – anche minima – sia stata attivata. Oggi è necessario aprire una riflessione critica su questi temi, evitando semplificazioni. E la mia esperienza personale e il confronto con altre realtà mi porta a pensare che la figura dell’artista sia ancora necessaria.
La ricerca artistica può rappresentare un metodo capace di restituire delicatezza e attenzione ai territori, soprattutto a quelli marginalizzati, spesso trasformati in scenari turistici o in campi di sperimentazione politica.
Se praticata con responsabilità, l’arte può generare spazi di ascolto e di relazione, invece di sovrapporsi ai luoghi con logiche estrattive.

Rubrica a cura di Roberta Mansueto.
