L’immaginario è la convergenza. Echi di voci collettive dalla ventesima edizione di Short Theatre (5–14 Settembre 2025 | in-corpora #03
L’immaginario è la convergenza di Francesca Schinzani con Camilla Giaccio Darias

- Fare le lotte nello spazio del festival
(sul significato di ospitare)
Globalmente riconosciuta come voce ed espressione di un sistema di pensiero egemonico, la lingua inglese imprime sfumature di matrice gerarchica e di classe anche nelle parole. Un esempio: “ospite”, tradotto come host e guest, nella sua forma verbale viene semplificato in to host. Si struttura così una gerarchia di ruoli: la pratica dell’ospitalità si rivela come privilegio, al guest viene sottratta qualsiasi rilevanza agentiva.
Possiamo immaginare il to guest come metodologia collettiva che intervenga sulle forme attuali di potere della vita pubblica e ne proponga nuove?
Impedire con le parole la possibilità di uno sconfinamento è un atto repressivo.

Lunedì 8 settembre al Mattatoio di Roma c’è stata una delle più partecipate assemblee nazionali di Vogliamo tutt’altro / assemblea delle lavorat_ dello spettacolo. Negli stessi giorni, il Mattatoio ospitava la ventesima edizione di Short Theatre. La lotta contro i provvedimenti e i tagli ai finanziamenti pubblici attuati dal Ministero della Cultura riguarda l3 artiste, l3 operatrici, l3 ricercatrici, l3 amic3 che attraversano il festival di arti performative. E allora è non solo giusto ma proprio indispensabile che lo stesso accolga le contestazioni. Un paio di mesi fa è accaduto lo stesso a Santarcangelo. C’è però una questione da considerare: come fare a garantire spazio di visibilità alle lotte senza estetizzarle o trasformarle in feticcio di performance?
Una suggestione (che non vuole essere una risposta): saper ospitare.
Sapersi fare contemporaneamente host e guest. Lasciare che si inneschino alleanze impreviste. A Short Theatre è accaduto questo.

Di seguito una serie di parole raccolte da voci di amich3 e collegh3 nei giorni appena trascorsi a Roma, con alcune note (contrassegnate con un asterisco) aggiunte da chi scrive.
convergenza > assemblaggio > sciopero / occupazione
Quali spazi occupano le proteste? Quali strumenti possiamo mettere in comune per costruire le barricate?
Iniziamo a immaginare esercizi di affollamento. Interroghiamoci sui significati di “rovinare”.
* Immaginazione e prefigurazione sono parole che riverberano in continuazione. Assumono una dimensione materica, pragmatica – votata alla lotta.
L’unico potere che abbiamo sta nel corpo. Bisogna farsi corpo collettivo.
* L’immaginazione è indispensabile. Abbiamo bisogno di inventarci modalità di sopravvivenza per non affogare nella post-creativity reality. La post-creativity reality è un sistema di dominio e controllo di stampo neoliberale.
* La capacità di immaginare un mondo diverso è intrecciata alla capacità dei nostri corpi di liberarsi dalle maglie immobilizzanti della significazione. L’individualismo e l’estetica neoliberale rinchiudono in gabbie sociali in cui il riconoscimento reciproco passa per un certo (pre)giudizio cinico. Ma se il cinismo porta all’inerzia, ogni possibilità di creazione di altri modi di stare, lottare, immaginare un mondo diverso fuori dagli schemi viene così offuscata. Lo spazio pubblico e il linguaggio situato dell’arte permette di accedere a “focolai di verità” da cui partire per riconoscersi e allearsi come corpo collettivo attraverso la diversità. Mi chiedo, come poter attraversare ancora di più l’incertezza di una realtà senza appigli e costruire nelle sue crepe, spazi di confronto senza paura del giudizio dell’altr*? Possiamo permetterci di guest ourselves – farci ospitare – dall’alterità e avere dei momenti di rallentamento in cui poterci confrontare?
Ho paura che la performatività viaggi più veloce…
2. Cambiare ritmo
(sulla rivendicazione degli intermezzi)
L’esperienza dei corpi che attraversano un festival di arti performative (in cui spesso viene rivendicata la cura come metodologia di lavoro anti-capitalista) generalmente è estenuante. Short Theatre sperimenta una convergenza temporale rallentata. Il tempo di una pratica sconfina in quello di un’altra, che poi si fa cerchio di parola e poi ancora si trasforma in festa. L’intenzione dichiarata è quella di lavorare sulla temperatura dell’ambiente, da qui – in senso figurato – l’evocazione ricorrente di un lessico ispirato alla meteorologia.

La pratica curatoriale sviluppata da Silvia Bottiroli, Silvia Calderoni, Ilenia Caleo e Michele Di Stefano si configura come un assemblaggio di materia viva che non vuole essere formalizzata, anzi che acquisisce continuamente significati non predeterminati. Lo sguardo è rivolto ai processi. La creazione smette di essere un atto fondativo realizzato in sè esponendosi alla mescolanza, l’apprendimento si costruisce attraverso cerchi concentrici in cui riverberano le voci di tutt3. CLASSE è una pratica che segue questo movimento circolare e ricorsivo: ogni pomeriggio per l’intera durata del festival artist3, poet3, attivist3, filosof3 e ricercator3 sono invitate a condividere una parte delle loro letture, ricerche, immagini e ascolti a partire da una parola o una specifica questione di riferimento. Tra le ospiti, Bojana Kunst. Interrogandosi sul lato oscuro (ormai già rivelato) del lavoro artistico, Kunst dice: la temporalità proiettiva rafforza il lavoro nel futuro a venire mentre sottrae tempo al presente.
Se la produzione è un progetto che si prefissa un obiettivo nel futuro, la condivisione di work in progress, estratti e tracce da ricerche non ancora compiute – o che non si compiranno mai – si rivela essere una metodologia ispirata al boicottaggio. Rivendicazione del diritto al non compiuto come forma di resistenza e rifiuto dell’economia della velocità e della produzione di iperconsumo.

Elogio delle pratiche improduttive. CAMERA per esempio è un invito rivolto a tre artist3 (Carolina Bianchi, Industria Indipendente, Eva Geatti). La frase sembra tronca: invito a fare cosa? – verrebbe da chiedere. Il ricorso a pratiche ed epistemologie connesse all’Affective Turn ha fatto sì che il sistema delle arti performative sia stato cosparso da inviti, che poi si rivelano più semplicemente come call to action. CAMERA è senza dubbio una prima traccia per riscoprire il significato dell’invito. Non uno studio visit o una prova aperta, ma più uno spazio da occupare con materia viva.
*Avrei voluto sentire Carolina Bianchi per più tempo… 15 min non era molto!
in–corpora / critical studies e pratiche performative - è una rubrica miscellanea, uno spazio collettivo in cui, a partire da un riferimento teorico, l3 artist3 invitat3 condividono risposte intime, soggettive, e decisamente parziali.
La rubrica è a cura di Francesca Schinzani per la Redazione di Salgemma.
