Immergersi nel luogo prescelto | Profana lancia la 2ª edizione per la prossima estate 2026
Non so voi, ma con la primavera è semplice proiettarsi verso la bella stagione. Per questo vi scrivo di un'esperienza vissuta la scorsa estate, Profana - festa d'arte e spiritualità, che lancia la sua seconda edizione!

L'estate scorsa ho preso parte, come osservatrice e praticante, a Profana, un programma residenziale di pratiche artistiche, filosofia e spiritualità all’interno dei luoghi del Monastero di Fonte Avellana dal 31 Luglio al 3 Agosto 2025.
L’idea nasce dall’incontro tra la compagnia teatrale Dynamis e il Monastero della Santa Croce di Fonte Avellana: dopo anni di collaborazione tra Andrea De Magistris, regista e direttore artistico di Dynamis e Gianni Giacomelli, monaco Camaldolese e priore per dieci anni del Monastero di Fonte Avellana (attualmente vice priore), si struttura l’idea di un progetto che indaga l'umano attraverso le pratiche artistiche e l’incontro tra i saperi umanistici.
La "festa" – che nel sottotitolo già offre una variazione al formato festival – porta l'anima del progetto a una sorta di celebrazione nel luogo, una comunione contaminata da dialoghi, pratiche laboratoriali e performance all’interno dei luoghi del Monastero. La dimensione temporale di Profana poneva l'obiettivo di seguire il ritmo della comunità camaldolese e la convivialità nei suoi "interstizi" possibili, sebbene la percezione di molti dei partecipanti è stata quella di uno spazio del possibile, ben scandito dalle ore delle campane, lodi e vespri, pratiche e conversazioni.
Rileggendo i miei appunti, provo a recuperare alcune memorie della prima edizione.
- Eleggere un luogo e immergersi nella sua pratica: suona tanto antico quanto necessario quanto sconcertante (ad un certo punto della vita, ancora di più)
ll Monastero di Fonte Avellana, nelle Marche, in provincia di Pesaro e Urbino, precisamente nel comune di Serra Sant'Abbondio, è situato alle pendici boscose del monte Catria (1701 m.) a 700 metri sul livello del mare.
Le sue origini si collocano alla fine del X secolo, intorno al 980, quando alcuni eremiti scelsero di costruire le prime celle di un eremo che nel corso dei secoli diventerà l’attuale monastero.
La spiritualità di questi eremiti fu influenzata da San Romualdo di Ravenna, padre della Congregazione benedettina camaldolese. ll Monastero di Fonte Avellana viene anche citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia.

Immaginarsi legati a un solo luogo per tutta l'esistenza è una strana immagine che ha interrogato molti di noi, generazioni plasmate dalla mobilità sistematica. L'idea di prender parte a un "ritiro" è quasi un archetipo che ci sfiora almenouna volta nella vita: il desiderio di conquistare un tempo lento, devoto alla meditazione del presente, del proprio corpo, tra libri, contemplazione e natura. Eppure, non riuscivo a smettere di interrogarmi sulla realtà nuda di quel luogo nel X secolo, guardando le foto online di alcune intense nevicate e ascoltando il fragore dei temporali in quelle giornate. Perciò ho provato a immaginare l'asprezza e la solitudine di quei primi eremiti sul Catria.
Un deserto, ma sicuramente traboccante di vita (infatti ho subito salutato il Taxus baccata monumentale di oltre 600 anni presente nel giardino del Monastero, per un immediato confronto con il residente più anziano, ancora in vita).
La commistione tra forme di spiritualità (anche alternative) e arti, non è estranea a tantissime esperienze documentate nella storia delle arti (faccio l'esempio più alternativo e laico, quale l'esperienza di Monte Verità).
L’esperienza dell’arte in queste realtà comportava un "esercizio" personale e parallelamente la visualizzazione di una nuova possibile forma di società: anche in questo caso seppur temporanea riunione in communitas (gruppo fluido, emotivo e temporaneo) molti di noi riflettevano su come ripensarsi nuova societas (ri-organizzarsi seguendo regole comuni) per condividere le giornate. Più largamente, si rifletteva spontaneamente anche sul tempo del lavoro a cui siamo abituati - nell'overworking generale - e della necessità di "ricaricare le pile" con un tempo più diluito tra atto creativo, ricerca e studio.
Ma come per qualsiasi ritiro, il cammino che si intende agire più comunemente, è vivere l'esperienza lavorando su di sé: dal pensiero al funzionamento del proprio corpo, utile a ri-pensare la propria attività e a ri-formulare la propria vita.
Ma fin dal principio, Profana fletteva una sorta di "manomissione".

Per me esaltazione di questa riflessione nel luogo - e del sè - è stato lo spettacolo "L’infinito carnale” di Claudia Castellucci / Compagnia Mòra. E qui torna l'immagine del deserto.
Debuttato tra la fine del 2024 e portato in tour nel 2025, lo spettacolo mette in scena il dialogo tra due figure storiche del ritiro spirituale: Antonio d’Egitto (251-356), un eremita ritirato nel deserto della Tebaide, è raggiunto dal giovane Ilarione di Gaza (291-371), il quale gli pone diverse domande che lo affliggono, ma le risposte del suo maestro anziché orientarlo lo sconcertano.
Non c'è niente da vedere e niente si muove: tutto è Passato. Non resta che sperare di trovare soltanto in se stessi una novità."
(C. Castellucci)
2. Se entri in un coro, e saprai prestare attenzione all'accordo con le altre voci, ne sentirai emergere una nuova, che canta dentro il riverbero.
Il canto è forse una delle dimensioni più spirituali che l’essere umano conosca, d’altronde, come affermava Sant’Agostino, chi canta prega due volte.
Tra le forme più tradizionali di canto armonico, c'è il canto a Cuncordu, un canto eseguito da quattro uomini disposti in cerchio, che fonde quattro voci in un unico corpo. Proprio a Fonte Avellana nel programma di Profana, ho assistito all'esibizione dei Sos Zovanos de Su Rosariu, una delle formazioni più recenti di Santu Lussurgiu: una liturgia tra Sa ’Oghe, la guida melodica che intona il testo, la Mesu ’Oghe che la ricama, la Contra gutturale e il Bassu profondo e vibrante. Questo "accordo" si muove tra canti spirituali e quelli più laici, tramandati di generazione in generazione, mutando di paese in paese.
Quando l'armonia è precisa e le voci sono "dentro" la melodia, accade questo fenomeno: emerge la Quintina, una voce angelica che fluttua sopra il coro, "dentro il riverbero". Insomma non una voce umana reale, ma un suono fantasma che scaturisce dalla perfetta fusione delle quattro voci. E - permettetemi di dirlo - riesce a toccarti.
L'esperienza del canto si è incarnata lungo diverse pratiche corali - con tutt3 l3 partecipanti - o di immersione nel suono. Nello specifico con Ludovica Manzo e Agnese Banti + Andrea Trona: "una messa in risonanza collettiva per gioire dell'armonia delle voci" nello spazio del Coro della Basilica Minore con la vocalist Manzo, nel tentativo di armonizzare insieme una ninna-nanna; nell'ascolto intimo e "ancestrale del suono come arte della penombra", in un dispositivo coreografico – anche questo in cerchio – di voci, cavi e autoparlanti (in continuità con il lavoro Speaking Cables, 2023-2025) nella performance di Banti e Trona.


3. La poesia è un pò la mia preghiera.
L’esperienza di Profana è stata per me l’occasione per abitare due riflessioni profonde.
La prima è che non c'è miglior laboratorio del sè. Chi si trova ancora nel pieno della ricerca non può che partire da qui, consultando se stesso come un oracolo (proprio come suggeriva il merch ideato da Studio Co–Co e stampato su fazzoletti ricamati da Pigment Workroom - Bari).
Se le pratiche artistiche del programma potevano apparire in qualche modo prevedibili conoscendo i nomi in cartellone, sono stati i dialoghi a sparigliare le pagine. In particolare, il "trialogo" tra Gianni Giacomelli, Maria Bianco e Alessandra Pigliaru che ha trasformato il refettorio antico in uno spazio di riflessione sulla scrittura di tre autrici (che amo molto).
Qui è emersa la seconda riflessione, l'incontro inaspettato con Antonia Pozzi e con altre voci capaci di trasformare i margini - delle proprie esistenze e scritture - in soglie. Come suggerito da Maria Bianco, il margine non è un limite, ma una condizione epistemica: un luogo d'osservazione privilegiato per chi vive sull'orlo costante della decisione, senza potersi abbandonare al sogno passeggero della scelta. È la "Litania per la sopravvivenza" di Audre Lorde che si fa carne, un’invocazione necessaria per chi ama sulle soglie.
Per quelle di noi che vivono sul margine
Ritte sull’orlo costante della decisione
Cruciali e sole
Per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
Al sogno passeggero della scelta
Che amano sulle soglie mentre vanno e vengono (...) *
da "Litania per la sopravvivenza" - 1978, Audre Lorde
Se in Lorde la poesia è un'invocazione, in Clarice Lispector diventa seduzione - in termini di adorazione (nell'appunto di Alessandra Pigliaru). È il riconoscimento di un vivere che spesso sta stretto, spingendoci a cercare nei sogni quel "largo maestoso" dove la scrittura è senza paura e tutto torna a"una forza originaria".
Non te lo avevo detto che vivere sta stretto? Allora sono andata a dormire e ho sognato che ti scrivevo un largo maestoso ed era ancora più vero di quel che ti scrivo: era senza paura. Mi sono dimenticata di quanto ho scritto nel sogno, tutto è tornato al nulla, è tornato alla Forza di ciò che esiste e che a volte si chiama Dio.
Tutto finisce ma ciò che ti scrivo va avanti. Il che va bene, molto bene. Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio si trova tra le righe.
da "Acqua viva"- 1973, di Clarice Spector
È in questo spazio di 'ulteriorità' che si sono incontrate le voci portate nel contributo finale di Don Gianni Giacomelli. Mi ha profondamente commosso la sua scelta di accostare alcuni versi di Cristina Campo e la vulnerabilità -della mia amatissima- Antonia Pozzi. Quel verso della Campo — 'Due mondi – e io vengo dall’altro' — è risuonato come il manifesto di una vita 'azzardata' come quella di Pozzi: un atto di resistenza e di ri-creazione continua, un tentativo di trasformare con la sua poesia, il dolore in luce.
Riporto un passaggio di Rifugio (Breil 9 agosto 1934) di Pozzi, che un pò mi riporta sul monte Catria.
Nebbie.
E il tonfo dei sassi
dentro i canali.
Voci d’acqua
giù dai nevai nella notte.
Tu stendi una coperta per me
sul pagliericcio:
con le tue mani dure
me l’avvolgi alle spalle, lievemente,
che non mi prenda
il freddo.
Io penso
al grande mistero che vive
in te, oltre il tuo piano gesto;
al senso
di questa nostra fratellanza umana
senza parole, tra le immense rocce
dei monti.
E forse ci sono più stelle
e segreti e insondabili vie
tra noi, nel silenzio,
che in tutto il cielo disteso
al di là della nebbia
Rifugio – 1934, di Antonia Pozzi

La seconda edizione di Profana si svolgerà dal 30 luglio al 2 agosto 2026
Per maggiori informazioni scrivi a: info@dynamisteatro.it

Il Monastero della Santa Croce di Fonte Avellana è situato alle pendici boscose del monte Catria (1701 m.) a 700 m sul livello del mare ed è immerso in una vegetazione lussureggiante. Le sue origini si collocano alla fine del X secolo, intorno al 980, quando alcuni eremiti scelsero di costruire le prime celle di un eremo che nel corso dei secoli diventerà l’attuale Monastero. La spiritualità di questi eremiti fu influenzata da San Romualdo di Ravenna, padre della Congregazione benedettina camaldolese. Oggi Fonte Avellana è luogo di ospitalità, dialogo, apertura, confronto, luogo per stare, osservare ed osservarsi, entrare in contatto con se stessi e gli altri avendo la possibilità di immergersi un patrimonio di specie e paesaggi di notevole valore.
Dynamis è un gruppo dedicato al teatro e alle arti performative con base a Roma. Da un decennio connette le sue attività con diversi spazi culturali della città, sviluppando un interesse multidisciplinare nella ricerca.
