Alessandra Costantiello, per la sua rubrica ContrAppunti, cura un'intervista doppia in occasione della mostra Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973, curata da Gaspare Luigi Marcone e visibile alla Fondazione Pino Pascali fino al 27 settembre 2026.
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Vincenzo Agnetti

3 domande al curatore Gaspare Luigi Marcone

  1. Il display come macchina del tempo: "Ricostruire una mostra a cinquant'anni di distanza (1973-2023/2026) oscilla sempre tra la filologia e la reinvenzione. Con quale criterio ha tradotto lo spazio espositivo del Premio Pascali del 1973 nell'attuale architettura della Fondazione? Quali compromessi spaziali o concettuali sono stati necessari?"

Gaspare Luigi Marcone: Nei miei progetti su artisti o contesti storici cerco sempre un’armonia tra filologia, ricerca d’archivio e un afflato poetico-immaginativo. Ogni progetto comunque deve vivere di specificità proprie e autonome, sempre diverse. In questo caso, pur conoscendo i caratteri degli spazi della Pinacoteca di Bari dove fu allestita la mostra di Agnetti nel 1973, sembrava congeniale partire dal genius loci della Fondazione Pascali di Polignano; tre sale quadrangolari, a cui si aggiungono due zone più contenute, pulite ed essenziali, con la grande sala centrale che guarda l’immensità del mare, mare che a sua volta diventa una dimensione estetica ed etica, e per alcuni, giustamente, anche politica. Dato questo “pentagramma” bisognava solo posizionare le “note” nel modo giusto per avere una sinfonia che esaltasse la qualità delle opere esposte.

2. L'attualità dell'Assioma: "Agnetti lavorava sulla riduzione del linguaggio, sul vuoto, sul tempo sospeso. In un'epoca dominata dall'iper-visibilità digitale e dalla saturazione di immagini, come risuona l'opera concettuale di Agnetti nel contesto della Puglia contemporanea? E della scena contemporanea in generale?"

GLM: Non vorrei abbandonarmi a qualche sermone sulla teoria della comunicazione con odori sociologici o politici. Posso solo dire che in mostra ci sono due lavori emblematici: 14 proposizioni (1972) – telegrammi che Agnetti ha inviato a sé stesso – e Autotelefonata (1972) – cinque fotografie dove l’artista crea un cortocircuito, anche visivo, su chiamata e risposta. Non a caso entrambe le opere sono state esposte anche a Documenta di Kassel nel 1972. La sensibilità e l’immaginazione di alcuni artisti diventano profetiche. Questi aspetti riguardano in generale la situazione contemporanea su cui Agnetti ha operato criticamente. Si pensi a pochi esempi: le frasi di Agnetti sono essenziali e lapidarie, come molte tipologie di linguaggio degli attuali mezzi di comunicazione; accarezzano un certo narcisismo, o solitudine, o atteggiamenti egoriferiti, su cui Agnetti a volte ironizza e altre volte problematizza in modo innovativo; capisce l’importanza dei mezzi di comunicazione, fino alla metamorfosi assoluta del linguaggio stesso che in molti lavori da linguaggio alfabetico diventa “linguaggio numerico”. Dalla Puglia al mondo e viceversa – visto che Agnetti ha viaggiato e vissuto tra paesi americani, scandinavi, arabi – la sua ricerca è sempre attuale e intrigante.

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Vincenzo Agnetti, Autotelefonata (Yes)1972 Collezione Emilio Luisa Marinoni

3. L'archivio riattivato: "Questa mostra si basa su un denso lavoro di scavo d'archivio. Dal punto di vista curatoriale, come si evita il rischio "effetto nostalgia", trasformando invece i documenti d'epoca (foto, recensioni, carteggi) in dispositivi critici vivi per il visitatore?"

GLM: Alcuni elementi sono in parte descritti nella prima risposta. Se si vuole restare sul concetto di “lavoro di scavo”, anche il lavoro dell’archeologo – oltre alle fondanti metodologie scientifiche – necessita di una certa dose di fantasia o immaginazione. Bisogna far tesoro di una locuzione agnettiana che critica gli “imbalsamatori”. Inoltre, lo stesso artista, esponeva spesso in modo diverso le sue opere in base allo spazio; caso emblematico è proprio il Progetto per un Amleto politico (1973) che prende forma sempre in modo diverso. In questo caso la creatività curatoriale è determinante per “allestire” – mai termine fu più appropriato – l’impianto scenico di questo lavoro che Agnetti chiama “teatro statico”.

3 domande a Germana Agnetti 

(figlia dell'artista e presidente Archivio Vincenzo Agnetti – Milano )

  1. Il ritorno in Puglia: "Nel 1973 suo padre vinceva il Premio Pascali, un riconoscimento legato a una terra che all'epoca stava faticosamente costruendo i suoi avamposti per il contemporaneo. Che ricordo o quali tracce di quell'esperienza pugliese sono rimaste nell'archivio di famiglia e nei racconti di suo padre?"

Germana Agnetti: Per mio padre vincere il premio Pascali nel 1972 è stato un evento chiave, un riconoscimento dell’importanza del suo lavoro in un momento in cui era ancora agli esordi della carriera. Ricordiamo infatti che nel ‘72 aveva cominciato ad esporre solo da tre anni e mezzo. In famiglia l’abbiamo percepito con entusiasmo, come un trampolino di lancio dal punto di vista psicologico che consolidava l’amicizia già iniziata con critici importanti come Tommaso Trini e Daniela Palazzoli.
Quando l’anno successivo venne organizzata la mostra alla Pinacoteca di Bari per mio padre si aprì una stagione di intenso e febbrile lavoro di cui il Premio Pascali è stato un tassello fondamentale.

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Pierre Restany, Vincenzo Agnetti e Tommaso Trini ritratti sul palco dell'Amleto Politico1973_Ph Salvatore Licitra

2. L'archivio tra privato e pubblico: "Come direttrice dell'Archivio Agnetti, lei si trova quotidianamente a gestire il confine tra la memoria intima, filiale, e la necessità di rendere questa documentazione un patrimonio pubblico e accessibile alla ricerca scientifica. Come vive questo doppio ruolo di custode e divulgatrice?"


G.A. : I confini sono sempre artificiali e naturalmente arbitrari.
Ricordo che quando ero piccola io e mio padre giocavamo a parlare in una lingua totalmente inventata e incomprensibile se non per i toni che usavamo: calmi, concitati, amichevoli, arrabbiati.
Quando vent’anni dopo vidi per la prima volta l’Amleto Politico e ne ascoltai il monologo il ricordo di quel gioco mi tornò subito alla mente regalandomi una comprensione dell’opera che non poteva prescindere da quelle esperienze infantili. Come allora il significato delle parole era azzerato ma reso vibrante e ricco di senso dall’intonazione della voce. Ecco dov’è il confine, un confine molto permeabile.
Riguardo al doppio ruolo di custode e divulgatrice sono due facce della stessa medaglia. Se si custodisce qualcosa di importante è necessario conservare e preservare con rigore e fedeltà. Poi scatta la spinta alla ricerca, che porta alla condivisione e induce altre domande. Tutto ciò è alla base della divulgazione.

3. La conservazione dell'invisibile: "Gran parte dell'opera di Agnetti si basa su concetti immateriali, sul pensiero e sulla parola. Qual è la sfida più grande nel conservare e proteggere un archivio d'arte concettuale rispetto a un archivio di opere puramente plastiche o pittoriche?"


G.A. : Il pensiero, la parola sono beni immateriali ma sono anche materia. Questa è la sfida di mio padre, tradurre il pensiero in materia. Prendiamo il Libro dimenticato a memoria: cosa c’è di più immateriale del dimenticare a memoria, è un concetto non solo immateriale ma anche sfuggente. Dov’è il pensiero che abbiamo dimenticato? Dov’è la memoria di quel pensiero dimenticato? E si può tradurre in materia? Mio padre risponde con un libro svuotato dalla parola scritta e quel vuoto risucchia il nostro sguardo e ci catapulta in un altro universo in cui l’invisibile diventa protagonista.
Tornando al mestiere dell’archivio, innanzi tutto abbiamo i suoi scritti. Poi si tratta di conservare l’opera nella sua plasticità presentando, contemporaneamente, ciò che sta dietro, cioè il pensiero, che grazie all’opera si realizza come materia visibile.
Inoltre, mio padre voleva che le sue opere innescassero nell’osservatore nuovi pensieri e riflessioni. Questa è forse la parte più difficile, ci stiamo provando anche attraverso dialoghi con altri artisti. Siamo convinti che lo sguardo dei contemporanei sulle opere del passato possa rivelare a volte le testimonianze involontarie di cui parla Ginzburg.

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Exhibition view_Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973, a cura di Gaspare Luigi Marcone, visibile negli spazi della Fondazione Pino Pascali, a Polignano a Mare (BA), fino al 27 settembre 2026

Ultima domanda posta ad entrambi:

Il concetto di 'Traduzione': "Agnetti diceva che 'l'operazione concettuale è una traduzione'. Se doveste scegliere una sola opera o un singolo documento in mostra che, meglio di tutti, rappresenta la 'traduzione' del pensiero di Agnetti per le nuove generazioni di visitatori, quale scegliereste e perché?"


Gaspare Luigi Marcone: Se volessimo “giocare concettualmente” con le parole, seguendo la falsariga agnettiana, sarebbe intrigante pensare al binomio traduzione/tradizione. In questo caso è emblematico ancor l’Amleto politico dove il linguaggio verbale viene tradotto in linguaggio numerico, con uno spirito “ecumenico” che supera le diverse lingue, scandito ritmicamente dalla stupenda voce dell’artista ascoltabile in mostra. La tradizione secolare del personaggio shakesperiano è protagonista di uno stravolgimento (o “tradimento”?) totale.

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Germana Agnetti: Per mio padre tradurre è andare alla radice dei fenomeni e renderne visibile l’essenza. È un dispositivo di sottrazione di ciò che non è essenziale, trasversale rispetto a differenti culture e contingenze storiche. Guardiamo ad esempio Tutta la storia dell’arte è in questi tre lavori. Come traduco in momenti essenziali e universali il percorso della storia dell’arte? Come li rendo visibili in modo che l’osservatore possa ricostruirne gli aspetti salienti, declinandoli sulla base di ricordi e esperienze? La risposta è un quadro con tre elementi che rappresentano tre periodi topici. Per l’arcaico: una pietra incisa, è la tensione di lasciare un segno forte, capace di rimanere. Per il classico: un particolare di un palazzo seicentesco in cui agli angoli di un bassorilievo Agnetti colloca una numerazione in lettere, come se fosse un’indicazione di solfeggio, la classicità è tradotta nella sua essenza di ricerca della perfezione e dell’integrazione tra le arti. Per l’attuale: solo alcuni numeri. 1 2 3 4 sono il tempo-lavoro della produzione artistica ma si riferiscono anche alla serialità, alla diffusione e alla moltiplicazione che caratterizza la nostra epoca.


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Exhibition view_Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973, a cura di Gaspare Luigi Marcone, visibile alla Fondazione Pino Pascali, a Polignano a Mare (BA), fino al 27 settembre 2026

Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973 

a cura di Gaspare Luigi Marcone – assistente al curatore Anna Contro 

in collaborazione con Archivio Vincenzo Agnetti – Milano 

fino al 27 settembre 2026 

Orari: dal mercoledì alla domenica 10/13 – 16/20 

Fondazione Pino Pascali, Via Parco del Lauro 119 

Info: 080 424 9534 

segreteria@fondazionepascali.it - fondazionepascali.it 

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