ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta]
Tutto ciò che resta di Alessandra Costantiello / ContrAppunti per il progetto DOVE residenze artistiche di arte contemporanea in Puglia 2025
Ciao a tutt* e bentrovat* su ContrAppunti che per questa volta non vi racconterà una mostra ma tutto ciò che accade prima di un’esposizione: l’intuito, la fatica, la ricerca, l’ossessione e la costruzione dei processi creativi che portano alla realizzazione di un’opera finale.
Cinque artist* Aurora Lacirignola, Teresa Chimienti, Michela Rondinone, Donato Trovato e Antonio Milano hanno lavorato al progetto DOVE - residenze artistiche di arte contemporanea in Puglia 2025, un progetto di ARTES [punto di svolta] a cura di Giuliana Schiavone con la direzione artistica di Elisabetta Sbiroli e la mediazione culturale di Rosamaria Pepe, e con il sostegno del Consorzio Puglia Culture e Galattica Rete Giovani Puglia. Li ho raggiunti nei loro studio o al bar e ne è nata una conversazione collettiva sui temi della residenza: la traccia, il tempo, la memoria, tutto ciò che resta alla fine, di noi e di quello che creiamo.
Incredibilmente vicino - Aurora Lacirignola
un pezzo da ascoltare: In volo - Banco del Mutuo Soccorso
Però non ingannarmi con false immagini
Ma lascia che io veda la verità
E possa poi toccare il giusto
![ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta] DSCF4406](https://salgemmaproject.com/wp-content/uploads/2025/10/DSCF4406-1620x1080.jpg)
Lo sguardo di Aurora Lacirignola è allo stesso tempo estremamente dentro le cose del mondo e allo stesso tempo fuori da ogni cosa, lontano. Com’è possibile? Ora ve lo spiego.
Quando Aurora viveva e studiava a Lecce era vicina ad una pittura realistica, dipingeva dal vero e quel ritorno alla verità della pittura sembrava una sponda sicura su cui restare, ma dopo un po’ il mondo figurativo, la realtà duplicata non è bastata più a raccontare. Proprio quando si è sentita persa, una mappa le ha indicato la direzione. In un amore riscoperto verso la cartografia si è ritrovata e ha ritrovato il centro del proprio fare arte. “[la cartografia] mi ha situata prima a Lecce e poi a casa mia e mi ha ricontestualizzata in un punto che esiste e non esiste”, mi dice davanti ad un caffè qui a Casa Bachi a Polignano.
[Alessandra] Che rapporto hai con la traccia e con la memoria?
[Aurora] I primi lavori che ho sviluppato erano trasposizioni mnemoniche a livello pittorico di fotografie. Poi mi sono approcciata alla rappresentazione grafica del materiale archeologico che è un'impronta, è un indice non immediato o diretto, non ci restituisce l’oggetto o il referente, è una cosa parziale che ci permette di costruire.
Si gioca col fittizio o su una ricostruzione ipotetica che ha legami con una traccia personale e affettiva, su quello che proprio Cesare Brandi, che l’artista cita, avrebbe definito un falso.
Io sono cresciuta ad Egnazia, a Fasano e molto dell’immaginario da cui attingo nasce da lì, dalle passeggiate domenicali al museo colmo di reperti, in cui la mia mente ha impresso quel tipo di figure e di forme. Sono cresciuta con l’idea che la terra che calpesto è stata abitata da altre persone, da altre storie e questa stratificazione del passato sotto di me mi affascina.
L’opera che è in produzione qui in residenza e che sarà esposta al Museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari si intitola “Thrausmata” ed è un lenzuolo lunghissimo su cui l’artista disegna con un evidenziatore celeste e ricompone frammenti di reperti archeologici visti e fotografati alcuni riconoscibili altri meno. Quello che ne viene fuori è una ricomposizione dell’unità originaria del frammento in una geografia fantastica totalmente arbitraria che solo l’artista conosce.
Il lenzuolo, dunque, diventa limes che mette in comunicazione il mondo sotterraneo e quello alla luce del sole, diventa oggetto portatore di un’intimità che separa e unisce questi due universi.
Da questo spiraglio aperto dalle infinite possibilità di storie, di vita e di forme che un reperto e/o un collage di reperti possano scaturire, è nato il progetto: cioè una versione ipotetica di una storia passata ricomposta in maniera casuale.
Secondo te l’arte, la tua arte, sono un modo per tenere la tua traccia?
Sì, anche se in riferimento a questa mia serie mi è stato fatto notare come questa visione zenitale, segmentata della realtà passata, non lascia poi trasparire molto della mia espressività emotiva. In un certo qual modo, è vero, ma io credo che in questo sguardo ci sia la mia attitudine ad analizzare le cose, andare in profondità e anche molti dei miei interessi. E non è analizzare le cose in maniera fredda ma è l’ossessione di andare a fondo, al microscopico.
Nell’opera diventa centrale il rapporto tra realtà e immagine, tra la realtà e la sua rappresentazione spaziale senza spessore e materialità ma collocabile in un orizzonte poetico senza la pretesa di essere autentico e veritiero, quanto più vicino al sogno (per questo forse il lenzuolo diventa il supporto ideale delle cose impalpabili deputato ad ospitare il nostro sonno e sogno) in cui la realtà ingigantita, spezzata, risignificata ci appare in un montaggio onirico che la mattina dopo ci tocca sbrogliare. Così questa mappa invita a perderci in un ordine nascosto e misterioso delle cose e nell’enormità della storia passata davanti alla quale siamo forse un frammento, una scheggia impazzita nel tempo.
Dove sei in questo momento?
Sento di camminare attorno al mio bersaglio.
Chissà se una mappa può essere d’aiuto.
Fiore mio, fiore della mia anima - Teresa Chimienti
un pezzo da ascoltare: Le rane - Baustelle
Perché il tempo ci sfugge
Ma il segno del tempo rimane.
![ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta] DSCF4428](https://salgemmaproject.com/wp-content/uploads/2025/10/DSCF4428-1620x1080.jpg)
“Altro Mondo” è l’opera di Teresa Chimienti che incontro nel giorno del suo Open studio da Spazio 13. Qui trovo un tavolo su cui sono disposti fiori e rami secchi, poi il calco in cui ha realizzato i sei quadretti che costituiscono l’opera fatta di materiale organico scartato immerso in una resina epossidica che, una volta solidificata, crea una scultura trasparente in cui la vita sembra bloccata, incastonata per sempre. Ma soprattutto trovo gli occhi di Teresa in cui è possibile scorgere, con uno sguardo attento, un mondo interiore fervido e scalpitante. In questa intervista che segue lo potrete sicuramente rintracciare.
[Alessandra] Da dove prendi ispirazione?
[Teresa] Ho iniziato a fare arte per me, in maniera del tutto naturale non immaginando di arrivare da qualche parte. L’ispirazione più grande viene dal bisogno di dare spazio e forma ai miei pensieri che derivano da processi di crescita che ti portano ad osservare il mondo in maniera diversa, a prestare attenzione ai dettagli.
Io, ad esempio, mi sono sempre ritrovata nelle crepe di un muro, in quei pezzi rotti della vita quotidiana. Non c’è un’ispirazione che mi guida ma è un moto che parte da dentro ed è quello che mi ha portato a sviluppare la mia ricerca artistica.
La fascinazione per il mondo della muffa di tutto quello che viene considerato normalmente scarto mi risuona dentro perché anche io mi sento scarto di determinati modelli o idee della società in cui viviamo.
La muffa, - o l’appassimento del fiore, che è un rallentare il processo - è come assistere in prima fila all’evoluzione di quell’essere vivente, mi sembra quasi una forza creatrice di te artista che entra direttamente nei processi naturali, cristallizzandoli. Che rapporto hai con la memoria e dunque con il tempo che passa?
Tra le tante fascinazioni c’è sicuramente l’evoluzione degli elementi organici ed elementi che vengono vissuti dall’esperienza umana. Sicuramente credo che questo interesse si sposi con la mia incapacità di assistere al mio stesso processo di crescita: passa il tempo e non me ne rendo conto ed è una cosa che mi spaventa, e mi chiedo quanto tempo ci vorrà a far passare una vita? Niente!
Questa mia incapacità di assistere per prima al mio processo di crescita mi ha portato ad interessarmi a qualcosa che riesco a gestire meglio e quindi a conservare qualsiasi fiore, pianta e anche le foglie che cadono dagli alberi. Il mio non è controllo è più gestione dei processi di crescita. La resina in cui dispongo i fiori mi ha fatto capire che comunque non blocco quel processo di appassimento perché i fiori cambieranno ancora lì dentro. Io lo reputo più un omaggio a questi elementi di scarto che sarebbero caduti a terra, dimenticati. I segni del tempo sono sempre stati un focus perchè li cerco per prima nel quotidiano e inevitabilmente li rapporto ai segni del tempo sul mio corpo che è sempre stato uno dei miei temi di indagine, per me infatti, anche una smagliatura è un codice, una firma lasciata da un anno o da un periodo della nostra vita.
Mentre parli mi viene in mente il rapporto conflittuale che Leopardi aveva con la Natura, intesa ora come entità benevola, ora feroce. Così per te mi sembra faccia il tempo: da un lato pare ne sia attratta, ma dall’altro lo temi, poi lo monitori controllando i processi di morte di un fiore o le smagliature sul tuo corpo. Che rapporto hai con il tempo, allora?
Sinceramente non lo so. Sicuramente lo temo e credo che qualsiasi cosa che abbia a che fare con la paura nasconda una fascinazione molto forte. Se ho paura di qualcosa, in fondo, la voglio, no?
L’ossessione del tempo la ravviso in tutti i tuoi lavori In questo diventare quasi scienziata e fare esperimenti con le colate di resina e assistere alla trasformazione in opera di altro, o nel ricreare ambienti legati all’infanzia “atmosfere” come in Parusia, nella tua personale da Microba…
Sì, infatti non ho bloccato il processo di decomposizione ma il loro processo sociale perché questi fiori sarebbero morti e sarebbero finiti in un bidone della spazzatura, ho bloccato la loro parte nella vita del tutto. Dò un’altra possibilità ed quello che faccio con me quando pensa a come sarebbe potuta andare “se”.
Si parla di un DOVE, ci sono dei luoghi del cuore da dove tutto è partito?
Tra questi luoghi c’è l’altalena in campagna col nonno con cui andavo la mattina alle quattro a raccogliere le zucchine e ci ho pensato spesso ai luoghi del cuore e ho capito che alla fine non sono luoghi ma processi, momenti: fare colazione la mattina presto, andare a raccogliere qualcosa, sentire il vento sulla faccia mentre sei sull'altalena.
Nell’opera Altro Mondo assistiamo alla creazione di capsule del tempo in cui, quasi in un incantesimo fiabesco, la natura è bloccata nel suo divenire naturale in una vita (o morte) immortale. E l’artista non lo fa occultando il processo, mascherando l’orrore del reale, sublimando con l’estetica che si confà all’oggetto artistico, ma mostrando in tutta la sua brutalità, come in una lente d’ingrandimento, l’oggetto - scarto, in quella che Massimo Recalcati definiva forza redentrice dell’arte.
Tramando - Michela Rondinone
un pezzo da ascoltare: L’upupa - Lucio Corsi
E cantano in mutande i cori di cicale
Che lasciano i vestiti sulle reti del mare.
![ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta] DSCF4464](https://salgemmaproject.com/wp-content/uploads/2025/10/DSCF4464-1620x1080.jpg)
Mi ha sempre affascinato l’etimologia di "tramare" perché oltre al suo primo significato di tessere una trama c'è anche quello metaforico di macchinare un intrigo o comunque costruire una narrazione. Gesto e parola, proprio di questo parleremo con l’artista Michela Rondinone.
[Alessandra] Da dove prendi ispirazione?
[Michela] Solitamente dai bambini, dal gesto infantile e mi sono accorta che quando ero piccola disegnavo fiori, solo fiori, ma io non me lo ricordavo. Un artista, invece, che sento molto vicino a me è Pino Pascali che ho riscoperto di recente attraverso alcune opere inedite nell’ultima mostra realizzata al Kursaal qui a Bari. Nella sua produzione artistica ho ritrovato un aspetto ludico che non mi aspettavo e in cui mi ci sono rivista.
Da dove nasce quello che fai?
Ho un ricordo preciso ed è legato a mia madre - a cui piace l’arte - e che un giorno dipinge il corpo di mia sorella di nero e la fa interagire con una tela (un po’ come Yves Klein e le sue Antropometrie). Ecco, questa roba mi è rimasta e in realtà quello che faccio, nasce da lì, da mia madre che mi ha sempre spinta verso questa strada nonostante fosse difficile, anzi, è lei che ha visto qualcosa in me e io poi ci ho creduto perchè per prima ci ha creduto lei.
Che rapporto hai con il tempo?
Mi affascina e mi spaventa moltissimo perché sono una persona ansiosa e mi mette ansia il passare del tempo e pensare al tempo che è passato.
Dove vorresti che le tue impronte lasciassero il loro segno?
Sicuramente nei bambini, stando a contatto con loro anche perché provo un forte senso di responsabilità verso di loro.
Perché fai quello che fai?
Per lasciarmi andare perchè non riesco a parlare, ad esprimere quello che provo e allora lo faccio con un segno o un disegno, quando sono a disagio traccio linee, disegno. Il visuale per me arriva prima delle parole.
Nell’antica Grecia quando si voleva allontanare qualcuno dalla città perché ritenuto una minaccia per la democrazia si votava tramite l’ostrakon, un coccio di ceramica su cui si scriveva il nome del designato.
L’opera “Tessere del tempo” mi ha rimandato a questa pratica, alle parole che Michela dice di non saper dire, al mondo omerico che, come in un richiamo perfetto e inconsapevole, è proprio il mondo del verbo. Restando in questa porzione di universo viene naturale pensare a Penelope che usava la tela come stratagemma per non sposare uno dei Proci e aspettare Ulisse. Nel gesto di tramare, di tessere c’è dunque un modo per fermare il tempo. Questa mi è parsa come un’esigenza dell’artista ravvisabile anche in altre opere e che conferma la fascinazione verso questo mondo giocoso, inconscio e colorato. L’infanzia come stagione in cui non servono troppe parole per esprimersi, ma basta il gesto. Questi cocci uniti tra di loro e appesi fluttuanti nello spazio espositivo ricordano anche gli acchiappasogni che con il tintinnio calmano e cullano un bambino prima di addormentarsi proteggendo sogni e allontanando gli incubi. Questa scultura assomiglia anche ad una stele, o un antico manufatto ancora da decifrare, ne subiamo il fascino ma non ne conosciamo l’alfabeto, possiamo ricostruire con la pazienza e sapienza di un restauratore o inventare un nuovo vocabolario.
Nuotando nell’aria - Donato Trovato
un pezzo da ascoltare: Cosmic Dancer - T- Rex
I danced myself right out the womb
Is it strange to dance so soon?
![ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta] IMG_20250906_143412959_HDR (1)](https://salgemmaproject.com/wp-content/uploads/2025/10/IMG_20250906_143412959_HDR-1-1440x1080.jpg)
Incontro Donato Trovato in un bar di Gioia del Colle, città in cui vive e lavora. Seduti al tavolino parleremo di vita, morte e arte in un susseguirsi di parole ed esperienze che accompagneranno la luce del pomeriggio nel buio della sera. L’opera realizzata all’interno della residenza è “Bozzoli” sculture aree costituite da tagli su alluminio e vernice. Tagli sì, ma prima di tutto linee e ora capirete il perchè.
[Alessandra] Dov’è cominciato il tuo percorso artistico?
[Donato] Ho iniziato il mio percorso artistico nel 2017 quando sono entrato in accademia e già da un anno prima avevo iniziato a fare i primi disegni e sentivo che tracciare linee mi trasmetteva qualcosa di particolare. Durante il primo anno ho sentito davvero mia questa scelta e ne ho colto il potenziale.Verso la fine di quell’anno ho iniziato un progetto il cui riferimento era il mondo subacqueo. Avevo visto dei particolari disegni sulla pelle di un pesce mandarino e questi mi avevano ispirato. A partire da questo corpo, poi, ho disegnato linee concentriche che sembravano mare. Sembrava quasi di dare forme ad una vita cosmica che si trova nell’acqua, nell’aria, nell’universo e nelle relazioni. Da quel momento ho cominciato a fare profonde riflessioni legate all'esistenza. Ho avuto la sensazione che la vita fosse molto più grande di me, come di un frammento in questo universo che fluttua.
Ci racconti del tuo processo creativo?
Ciò che ho fatto è solo stato immergermi nelle linee e farlo per sedici ore al giorno, tutti i giorni, ed entrare in una dimensione interiore della vita in cui è impossibile rientrare in un momento che non sia quello. Io non parto da concetti o parole ma cerco di tradurre delle sensazioni. Il mio è un approccio intuitivo.
Perché proprio un bozzolo?
Perché è venuto fuori quello! Il lavoro che faccio prima di entrare in studio è quello di guardare il mondo, non imito qualcosa che ho visto o che vedo in una fotografia, lavoro distante dalla riproduzione della realtà. Io voglio scorgere nelle cose qualcosa che nessuno può vedere.
Il frammento spesso non vuole dire nulla, ma inserito in un discorso è portatore di una memoria passata, così il tuo bozzolo rappresenta lo stato di un processo di trasformazione che possono essere della vita stessa o di un tempo (passato presente e futuro) e tu hai voluto creare il corpo, la traccia come memoria di un processo…
I bozzoli che ho creato per questa residenza e mostra sono dei corpi all’interno dei quali avviene un passaggio di stati da una vita verso una nuova vita totalmente diversa: nel caso del bruco e della farfalla, la farfalla porta dentro quello che stato nel passato anche se è del tutto incompatibile rispetto al bruco. Questo può essere inteso come bozzolo del mondo come quello del nostro corpo: la vita stessa è uno spargimento di bozzoli in cui tutti i corpi si trasformano costantemente e vanno verso nuove forme, nuove vite. La vita è fatta di sedimenti che tutti noi costantemente lasciamo, ogni soffio già lo è, ogni vita, oltre a disegnare forme sempre nuove, è testimonianza di vite passate. Noi siamo il frutto dei nostri antenati perché ci portiamo dentro dei semi dell'eredità dell’origine della vita sulla terra, dei semi dell’universo. Ogni processo è stato chiave per portarci fino a qui a vivere questa vita che non si può spiegare, però è inafferrabile nei suoi punti più oscuri e indescrivibili inaccessibili alle nostre menti. Questa trasmissione di vita che passa da un corpo ad un altro e prende forme sempre nuove questo sedimentarsi di una vita dentro l’altra, di un tempo dentro l’altro.
Quali tracce speri il tuo lavoro lasci negli altri?
Io vorrei che guardando la mia opera lo spettatore compisse il processo inverso che ho avuto io in studio che è derivato dall’aver avuto uno sguardo diverso sulla realtà. Vorrei che l’opera fosse il punto di partenza per trovarci su un terreno comune e parlarci. L’arte deve generare uno stare insieme diverso.
Non avrei scelto l’arte se non avessi voluto condividerla con gli altri, ma non per dire “uh, che bello!” ma per parlare insieme della vita che è una cosa che non riusciamo a fare: scendere insieme in una dimensione imperscrutabile indescrivibile invisibile infinita della vita. Spero che attraverso l’arte qualsiasi situazione di crisi si risolva in un fare poetico, nell’essere più felici, nel prendersi per mano, nel parlarsi.
Queste incisioni nella materia sono prima di tutto linee che si aprono in volumi nello spazio che sembrano fragili ed effimeri proprio come i bozzoli degli insetti che diventano case temporanee destinate alla sparizione. Luoghi di una memoria, traccia di quello che è stato, luoghi di transizione.
Mi hanno ricordato delle gabbie toraciche da cui far passare quei flussi di aria, e lo dico perché nella nostra conversazione - che non ho riportato integralmente - l’aria come elemento è tornata spesso, come soffio che emettiamo quando respiriamo, parliamo e viviamo.
Così, in un rovesciamento di significati, ecco che i bozzoli da simbolo e testimonianza di una morte, diventano forma eletta per la vita. Una casa in cui si percepisce la respirazione, quel movimento essenziale e irriducibile della vita. Mi dice Donato che una sera qualunque ha visualizzato le traiettorie dell’’aria “ho trovato affascinante come l’aria crei forme in noi e fuori di noi anche attraverso la respirazione. Noi vogliamo visualizzare l’aria vedere da dove tutto nasce, anche il gesto di fumare mi ricorda questo. Da quel momento mi sono ossessionato con le linee che sono diventare importanti e legate a qualcosa che compone la vita e che la muovono da dentro”.
Non fatevi nessuna immagine di me - Antonio Milano
un brano da ascoltare: tutto l’album Spirit of Eden - Talk Talk
Create upon my breath
Create reflection on my flesh
![ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta] 1000027969](https://salgemmaproject.com/wp-content/uploads/2025/10/1000027969-1.jpg)
Non fatevi nessuna immagine di me, è quello che diceva Cristo, e, in un certo senso, l’opera di Antonio Milano - che rintraccia le basi teoriche e iconografiche nella sua profonda religiosità cristiana - è un scavare l’immagine nel suo realismo più ossessivo fino ad arrendersi ad una sua totale negazione. L'opera diventa un’apparizione, una reazione chimica, un miracolo dell’indicibile, come se l’immagine che oggi ha perso il suo carattere descrittivo o devozionale come nelle religioni, si nega a se stessa e si affida al tempo, al sogno, all'inconscio a qualcosa che non si può predirre. Come diremo nella nostra conversazione, l’arte è l’impossibilità di dire quello che sentiamo e così pure l’opera.
(Alessandra) Da dove arriva l’ispirazione?
(Antonio) Io non mi ispiro, ma lavoro. Posso avere delle visioni, ma senza lavoro quelle visioni sarebbero niente, non c’è differenza tra un artista che ha una visione che non lavora e un artista che lavora e la fa. L’ispirazione ti arriva facendola. Io ho sempre bisogno di un’immagine di riferimento, ad esempio, io penso che per fare arte non c’è bisogno di un'ispirazione perché è tutto compiuto, tutto fatto.
Questo mi ha fatto pensare ad una frase di Italo Calvino che in Se una notte d’inverno un viaggiatore, scriveva: “Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro”.
Pensi che le tue opere lasciano delle tracce nello spettatore?
Le immagini oggi giorno sono tanto altro, se prima avevano una sola caratteristica narrativa, ora sono marketing e pubblicità. Quindi per me la cosa più vicina all’idea di arte è proprio la relazione che io ho con i materiali che utilizzo, tutto quello che sento nel discorso creativo. Tutto quello che sento viene a mediarsi con un pensiero o con una parola, ma è prima di tutto una sensazione che ho provato mentre facevo l’opera e spero che quella sensazione possa passare dalle tracce che l’opera lascia, io sono solo un corpo.
Per me conoscere è sempre riconoscere…
Non ricordo chi diceva che l’esperienza che uno fa non è tanto la prima quanto la seconda. Lo spettatore è un ruolo e osservare un’opera implica che l’osservatore, che ha la sua storia e i suoi vissuti, osservi l’opera portando tutto questo, se questa persona prescinde da questa storia di sé perché un artista o chi per lui, deve stare a spiegare cos’è l’opera, per me è finita, questa idea è passata.
Noi che facciamo arte arriviamo ad un punto in cui queste distinzioni non si vengono a creare, e se qualcuno vede la mia opera e non ci vede niente è perchè quel niente lo ha attraversato. Io invece quel niente l’ho attraversato con l’atto creativo, non c’è differenza tra arte e vita.
Questo ricorda il pensiero di Lacan secondo cui, siamo tutti addormentati e l’incontro con un’opera d’arte è l’incontro con un reale che scuotendoci ci riporta traumaticamente alla veglia. Questo pensiero è tornato in tutte le mie conversazioni con gli artisti generosi verso la propria arte e interiorità ma desiderosi di avere una controparte attenta e aperta davanti alle proprie opere.
Il tuo primo ricordo all’arte?
Condividerò un ricordo molto importante. Io da bambino disegnavo tantissimo ma ho incontrato la pittura nello studio di mio zio pittore e mi ricordo che un giorno - avrò avuto sette anni - lui mi prese in braccio, mi prese la mano e dipingemmo insieme una tela: era una corrida. In quel momento ho detto a me stesso, non so con quanta consapevolezza, io voglio essere un artista. E quel processo di co-creazione me lo porto ancora adesso, io non sono mai da solo.
In che modo?
Io ho sempre dipinto ad olio sperimentando moltissimo, lo stesso mio zio che mi ha iniziato alla pittura, mi suggerì l’idea di utilizzare la gommalacca nei dipinti e io ho preso in consegna questo materiale e questo input da lui. Ho cominciato, infatti, a ricoprire i disegni con la gommalacca e questo li rendeva subito molto più interessanti.
Ti spiego come ho ricevuto in dono quello che faccio: quando mi sono iscritto in accademia e ho portato i miei disegni da mostrare al mio prof di pittura, tornando da una pausa sigaretta insieme scorgo tra i miei fogli un disegno non mio nell’album. La gommalacca che utilizzavo sui miei disegni aveva reagito con l’inchiostro e aveva creato un disegno migliore del mio. Si era di fatto creato un retro: un trasferimento del disegno. Lì ho riconosciuto in me questa voglia alchemica di trasformazione delle immagini. Per questo io mi sento una specie di alchimista: per me non c’è differenza tra materia e reazione. Dunque ho capito che subentra un processo di co-creazione sia con i materiali tra di loro, sia con il tempo.
Però nel tuo caso il tempo aiuta a creare qualcosa che non c’era, che non hai direttamente creato tu che somiglia alla tua immagine ma che la nega al tempo stesso.
Come afferma Georges Didi-Huberman l’impronta fonda l'autenticità dell’immagine perché l’aderenza fisica fa parte del processo, l’impronta sarebbe una tecnica di legittimità per la somiglianza. La riproduzione è trasmissione, ma dall’altro ne permette la finzione, l'imbroglio. Così come nel caso delle tue opere che sono “apparizioni” accade che la forma visibile dell’opera diventa veicolo di fallacia. Quindi il tuo disegno è mai esistito?
Sì, e questo continuo cambiare a distanza di ore, mesi e anni credo sia la forma più fedele e sincera del tempo perché il tempo cambia continuamente. Per me l’arte oggi è sentire, l'arte è quel buio davanti al quale arrivi ed è talmente buio che tu ti ci rispecchi in quel vuoto.
Per tornare alla domanda sul tempo ecco, il rapporto col tempo è il rapporto del presente più presente dove capisci che quella cosa che ti sta succedendo ha un senso, e dare senso a tutto ciò che fai. Così è stato quando mi sono accorto di quel retro all’interno dei miei disegni e così ad esempio lo è stato quando avevo bisogno di un’idea per un’opera e un pipistrello si è posato su un libro di Duccio di Buoninsegna e aprendo il libro mi sono ritrovato il crocifisso di Giotto a Santa Maria Novella e di qui ho avuto l’idea per un’opera. Questo è il presente più presente.
Qual è il tuo processo artistico?
Il mio processo artistico nasce critico alla sopravvalutazione degli ideali sulla materia creando una nuova immagine che è un’apparizione.
Ad un certo punto Antonio mi dirà che la forma è sopravvalutata. Ecco, ho pensato che tutto questo mi fa pensare a Claudio Parmiggiani (e alle sue opere che appaiono come apparizioni dopo un incendio, contorni delle cose che sono esistite) come nei suoi lavori anche Milano rincorre la forma per poi affidarla ad un alter, tutto quello che l’opera dischiude è un’esperienza pregressa del pittore che non possiamo più vedere ma di cui vediamo “ciò che resta”. Istanti in cui un lavoro quotidiano, una buona idea e una profonda sensibilità si uniscono in un’alchimia perfetta capace di restituire il senso di chi siamo e del perché siamo qui.
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I frammenti, pur nella loro incompletezza, custodiscono tracce preziose di un passato che non potremo mai ricostruire del tutto. È proprio in questo spazio vuoto che l’arte interviene: non per colmare l’assenza, ma per suggerire, evocare, farci intravedere ciò che è stato. Gli artisti, attraverso la loro sensibilità e visione, danno voce a ciò che la storia non dice, offrendo nuove chiavi di lettura a quella porzione di esistenza che resta al margine, ma che appartiene comunque al racconto universale dell’umanità. L’arte non pretende di ricomporre l’intero, ma accarezza le crepe, ne fa luce, e in quella luce intravediamo ciò che è stato e ciò che potremmo essere: come in una mappa, come in una coccio di ceramica, come in un fiore cristallizzato, come in un bozzolo, come in un’apparizione.
Le opere qui raccontate saranno parte dell’esposizione “Dove non siamo stati” a cura di Giuliana Schiavone per ARTES [punto di svolta] presso il Museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari dal 12 ottobre al 31 dicembre 2025
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Opening: domenica 12 ottobre, ore 18:30, alla presenza del sindaco metropolitano Vito Leccese.
L’evento sarà arricchito dalla performance dell’artista franco-cinese Li Chevalier accompagnata dal violoncellista Nicola Fiorino.
Date: 12 ottobre – 31 dicembre 2025
Luogo: Museo Archeologico di Santa Scolastica, Via Venezia 73 – Bari
![ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa #04 / per ARTES [punto di svolta] Locandina mostra Dove non siamo stati(1)](https://salgemmaproject.com/wp-content/uploads/2025/10/Locandina-mostra-Dove-non-siamo-stati1.jpeg)
Ci vediamo alla mostra e alla prossima uscita di ContrAppunti!
