Note a margine di Alessandra Costantiello per la mostra "Replaced" di Diana Markosian, a cura di Brandei Estes presso Gallerie d'Italia a Torino. Visibile fino al 6 settembre.
Markosian hero new_desk
Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian  

Continua a risuonarmi questa domanda mentre esco dai portici di piazza San Carlo a Torino e vengo colta da un riverbero che proviene da ogni angolo della città. Apro l’ombrello perché prima di entrare pioveva, ma ora c’è il sole e non mi serve più. La città intera brilla dei riflessi che si specchiano nelle pozzanghere; le finestre si aprono e vengo accecata dai bagliori della pietra bagnata e dei tavolini vuoti dei dehors, che ora luccicano e mi abbagliano. 

In questo stato di alterata sensibilità visiva provo a ripensare a quello che ho appena visto e sentito uscendo dalla mostra “Replaced” di Diana Markosian, a cura di Brandei Estes, visitabile da 10 aprile al 6 settembre 2026 presso le Gallerie d’Italia, Intesa San Paolo all’interno della rassegna Exposed Torino Photo Festival in anteprima assoluta.

“Alla fine dimenticheranno le risposte precise a tutte queste domande, ma non dimenticheranno mai la cosa più importante: che le domande hanno effettivamente avuto risposta. Che tutti e due hanno avuto impulso a parlare, che era radicalmente diverso dal modo riservato in cui si comportavano di solito con le persone appena conosciute. Il che, nel momento in cui sono insieme al caffè, sembra un segnale piuttosto importante. È l’amore, pensano. È così che ci si deve sentire.” - Nathan Hill - Wellness

Diana Markosian (Mosca, 1989) è un’artista visiva statunitense di origine armena che lavora con la fotografia, il cinema e l’installazione. La sua ricerca artistica mescola autobiografia e autofiction affrontando il tema della memoria, dell’assenza, delle migrazioni e della costruzione della propria identità.

Il percorso: l'architettura di una fine

_DSF1514
L’allestimento della mostra - 2026 (©) Alessandra Costantiello

Il percorso espositivo si sviluppa in due ambienti, il primo dei quali è costituito da due corridoi che ricreano, come un vero e proprio set cinematografico, la scenografia di un albergo. Tra una porta e l’altra sono appese le fotografie di Markosian; sulle porte si distinguono i numeri e, appeso alle maniglie, il cartello “do not disturb”. È chiaro che stiamo entrando nell’intimità di una storia d’amore: dietro ogni porta immagino il seguito di ciò che vedo nelle immagini – abbracci, carezze, possibili conversazioni.

IMG202604101013015241
Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian  

La prima metà ha muri rosa, boiserie e porte nere, a suggerire la fase dell’innamoramento: gli inizi, sempre accecanti di odori nuovi e chiacchierate senza fine, in cui la notte non basta per raccontarsi tutti. La costruzione di un amore. La seconda, invece, è tutta celeste: ci si sposta in una fase di assestamento e poi di litigi, che culmineranno con due sedie vuote sulla spiaggia. La dissoluzione dell’amore. I protagonisti sono andati via, dalla foto e dalla storia.La seconda sala è una stanza con pareti ledwall su cui viene proiettato il film tratto dagli scatti appena visti. Sì, perché Diana Markosian è anche, e soprattutto, una videomaker. Dunque un libro, un film e una mostra: medium diversi per tenere traccia di un’assenza e renderla invece tangibile, eterna. Un modo per scavare a fondo nella propria autobiografia e parlare, al tempo stesso, di qualcosa di universale come l’amore e la perdita. La mostra è allestita in maniera evocativa, intelligente e coerente con il progetto. La vita vera si mescola alla finzione, e così le sale di un museo diventano i corridoi di un albergo – o di tanti alberghi – scenario di quelle stanze che hanno visto questa relazione crescere, evolversi e finire. Ho dovuto comprare il catalogo/ libro-d’artista pubblicato da  Allemandi e Atelier EXB di questa mostra perché era davvero irresistibile: una copertina rigida rosa con un font così anni Duemila da ricordarmi il mio diario segreto delle medie. Uno scrigno di segreti e cavolate.

che mi resta di te / della mia poesia - Ti sento - Matia Bazar

_DSF1513
L’allestimento della mostra - 2026 (©) Alessandra Costantiello

L'arte come espiazione e controllo

Ma perché vi parlo di questa mostra? Non lo so con precisione, ma la ricerca artistica di Diana Markosian mi ha colpita profondamente. Questo progetto racconta di come l’autrice abbia elaborato la fine della relazione con il suo compagno, inscenando con un attore frammenti di vita realmente vissuti nel corso della loro storia: le vacanze, ricordi nitidi che ha dovuto ripercorrere per fissarli e, infine, superarli. Come suggerisce il titolo stesso, la ricerca di Markosian si fa più dolorosa laddove esplora la vertigine della sostituzione: il trauma visivo di vedere un’altra figura occupare la stessa esatta inquadratura, ripercorrere i medesimi luoghi e replicare, come in una messinscena non autorizzata, i gesti che un tempo erano stati unici. È la scoperta che la propria storia d'amore non era un assoluto, ma un copione che qualcun altro sta già recitando.

GDI_DIANAMARKOSIAN.REPLACED 063
L’allestimento della mostra - 2026 (©) Andrea Guermani

In quest'ottica, la rievocazione del passato si configura come un esercizio di presenza antitetico alla pura nostalgia: uno spazio-tempo in cui l'individuo esercita un controllo critico, sottraendosi all'angoscia della dimenticanza e al rischio della sostituzione. Ciò che rende straordinario il lavoro di Markosian è la sua abilità nel manipolare gli archivi, tanto quelli cartacei quanto quelli della memoria. Riportandoli in vita nel presente, l'artista li abita per cristallizzarli e appropriarsene, compiendo l'atto finale di lasciarli andare, questa volta definitivamente. 
Mi ha incuriosito questa modalità di espiare il proprio dolore, di metterlo in scena e attraversarlo, letteralmente. Quanto deve essere stato difficile, per lei, ritornare a Capri e ricordarsi di cosa ci fosse su quel belvedere, o della forza di una promessa infranta? L’autrice ha esplorato questa stessa via anche in altri lavori. Penso soprattutto a Father (2024), in cui Markosian ritrova il padre dopo quindici anni di silenzio e costruisce un album di famiglia ideale: attraverso gesti quotidiani e immagini d'archivio, tentando di colmare un'assenza, di ricostruire un pezzo di storia mancante nella propria esistenza. O ancora a Santa Barbara (2020), la complessa rievocazione della sua infanzia in cui ha rimesso in scena il trauma del trasferimento dalla Russia agli Stati Uniti.


Per comprendere a fondo la ricerca di Diana Markosian, bisogna guardare a tutta la sua produzione, da sempre in perfetto equilibrio sul crinale sottilissimo tra autobiografia e finzione. C'è una splendida, paradossale similitudine che attraversa la sua storia familiare e artistica: così come sua madre, un tempo, credette alla promessa di una soap opera che potesse dare loro una vita diversa, così oggi lei usa il mezzo filmico – una vera e propria "sceneggiata" – per rendere reale la fantasia e, al tempo stesso, la fantasia più reale della realtà. Arrivate a un certo punto, vita vera e finzione smettono di escludersi: l'una sconfina nell'altra, fino a diventare la stessa, identica cosa.

IMG20260506114237
Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian [foto dalla mostra di Alessandra Costantello]

Alla fine del percorso, la mostra si trasforma in un invito a prendere parte a un’espiazione collettiva attraverso una domanda: Quale ricordo non sei disposto a lasciare andare?

Resto a leggere i biglietti lasciati dagli altri, lasciandomi attraversare da stilettate di vita vera, di dolore autentico ma anche di dolcezza balsamica. Per poi affidare al museo anche il mio: ballare Baltimore di Nina Simone nel bosco, alla luce della luna, sentirsi lucciole impazzite nel buio. Bagliori infiniti in un tempo finito che non voglio dimenticare.

E tu, quale ricordo non sei disposto a lasciare andare?

Senza di te ogni cibo vuole il doppio del sale / "Amore", "gioventù", sono soltanto delle vecchie parole / Dirsi addio è una forma di respeito assoluto / Cerco un Dio perché da solo ho paura del vuoto. Tutti Fenomeni, Col tuo nome

Qui puoi trovare tutti gli articoli di ContrAppunti a cura di Alessandra Costantiello.

Iscriviti alla nostra newsletter

chevron-down linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram