Intervista a Pamela Diamante per una nuova uscita della rubrica ContrAppunti | pensieri sparsi mentre torno a casa, a cura di Alessandra Costantiello.
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Dettaglio dell'opera di Pamela Diamante. Foto di Alessandra Costantiello

Torno da una passeggiata sul lungomare di Bari, l’aria di primavera rinfresca il respiro ma il sole brucia già le guance. Lo sguardo è attratto dal maestoso prospetto del palazzo della Città Metropolitana di Bari e così, richiamata, ci entro.

Nel colonnato del palazzo è esposta dal 21 febbraio e in proroga fino al 10 maggio 2026 l’esposizione “Le invisibili. Esistenze radicali” dell’artista barese Pamela Diamante, a cura di Roberto Lacarbonara.

Il progetto è sostenuto dal PAC2025 - Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

L’opera al centro dello spazio dialoga, in uno scambio dicotomico, con le grandi sculture marmoree e muscolari di Giulio Cozzoli: il Marinaio e l’Agricoltore (1936-1937) di epoca fascista. Questi due mondi valoriali ed estetici stridono, ma si armonizzano allo stesso tempo. 

Varcata la soglia, l’impressione è quella di immergersi in un fitto reticolato: una planimetria a nido d’ape che evoca ingranaggi e processi produttivi complessi, rigorosamente organizzati. Non è subito chiaro cosa sia questa imponente installazione che domina l’atrio, protendendosi verso l’alto.

Iniziando a percorrerne il perimetro, la struttura assume le sembianze di una macchina pronta a innescarsi, quasi volesse investirmi e falciare ogni cosa con le sue eliche minacciose e futuristiche. Eppure tutto resta immobile, fisso; l’unico movimento possibile è quello generato dalla mente, nel tentativo di decifrare una funzione che sembra esserci, ma che sfugge continuamente.

Continuando a girarvi intorno, mi pare di trovarmi in un tempio dell’invisibile, un luogo dove si celebra ciò che l'occhio non può cogliere. Manca un corpo che azioni gli ingranaggi, manca un contesto reale per questa architettura aliena; non c’è un solo elemento perturbante, in questa struttura modulare, che offra un indizio per decifrarla. Resta solo l'enigma di un meccanismo perfetto che provo a sciogliere facendo qualche domanda direttamente all’artista.

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Dettagli dell' installazione ambientale di Pamela Diamante presentata nella Sala del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana di Bari. Foto di Alessandra Costantiello

Alessandra: Come nasce l'opera "Le invisibili. Esistenze radicali"?

Pamela: "L’opera nasce da una profonda riflessione sul Sud Italia. Negli ultimi anni, nella mia ricerca, ho capito che dovevo guardare il Meridione con lenti decoloniali e transfemministe, pensando al Sud come parte di un Sud globale.

Quindi la fresa agricola è diventata un simbolo che utilizzo per posizionare l’immaginario nella traiettoria della memoria storica del Mezzogiorno, ma anche nei suoi stereotipi: arretratezza, ruralità, lentezza, esotismo. In questo contesto, le soggettività subalterne vivono il margine in maniera attiva e nonostante attraversano condizioni difficili,le ribaltano, creando comunità, alleanze e sorellanze.

L’opera diventa così un dispositivo per raccontare storie di soggettività femminili o queer che grazie al proprio attivismo, plasmano il nostro quotidiano. Per il progetto Le invisibili. Esistenze radicali ho scelto di dedicare questo spazio simbolico alle braccianti agricole. Le loro storie sono segnate, purtroppo, per alcune dalla sottomissione e, per le più “fortunate”, da percorsi di riscatto. Grazie alla rete costruita con ActionAid, ho potuto confrontarmi con donne caparbie che, dopo esperienze di sfruttamento nel settore agricolo, non solo ne sono uscite più consapevoli, ma hanno anche intrapreso percorsi di autodeterminazione, diventando protagoniste attive del cambiamento".

A: Com'è entrare in un museo e in un palazzo del portato storico e istituzionale come quello della Pinacoteca Corrado Giaquinto?

P: Uno degli aspetti fondamentali del progetto era portare al centro dello spazio pubblico queste soggettività e restituire loro uno spazio di parola. Micaela Paparella, consigliera per la Città Metropolitana di Bari con delega alla Pinacoteca Corrado Giaquinto, ha colto immediatamente questa opportunità e, grazie al PAC 2025 della Direzione Generale Creatività Contemporanea, l’opera Le invisibili. Esistenze radicali è oggi parte della collezione permanente della Pinacoteca. Devo ammettere che il dialogo/contrasto con L’agricoltore di Francesco Paolo Cozzoli è una delle operazioni più riuscite: mette sullo stesso piano un confronto di valori, immaginari e rappresentazioni. Da un lato, una figura iconica e patriarcale, che esalta la presenza maschile in tutta la sua imponenza, inscritta in una narrazione storica del lavoro agricolo; dall’altro, le soggettività contemporanee femminili, a lungo invisibilizzate ma profondamente attive, che attraversano e trasformano quello stesso spazio simbolico.

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Dettaglio dell'opera di Pamela Diamante. Foto di Alessandra Costantiello.

A: Per qualche ragione guardando l'opera mi è venuto in mente che potesse contenere i sei principi da portare nel nuovo millennio proposti da Calvino nelle "lezioni americane", credo infatti che nella tua opera ci confluiscono leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, tu che ne pensi? e tra le tante c'è una parola che ti risuona più di altre e perché?

P: Sono tutti aspetti che cerco di far confluire nel lavoro. In questo caso, la parola che mi risuona di più, sul piano concettuale, è “molteplicità”, perché è un’opera dedicata a persone che, a loro volta, si aprono e cercano un dialogo con altre persone, esistenze che si intrecciano.

Sul piano formale, invece, mi ritrovo molto nell’esattezza. Le mie opere hanno sempre un certo rigore, una precisione che tenta però di trattenere al suo interno una dimensione di mistero, un non detto, qualcosa che non si lascia esaurire completamente nello sguardo.

A: Mi sembra che in molte tue opere ci sia sempre questa dualità molto forte tra l'essere umano e la natura, è così?

P: Sì, hai ragione. Sicuramente uno dei grandi temi del mio lavoro è il paesaggio. Inizialmente mi interessava la forza creatrice e auto-rappresentativa della natura, anche quando gli eventi naturali manifestano una potenza devastante, una sorta di teatrum mundi o, per dirla in termini kantiani, il sublime dinamico. Questo aspetto emerge in lavori come Estetica dell’apocalisse, Fenomenologia del sublime e anche in opere come Aync.

Oggi, invece, sono più concentrata su una dimensione politica, mi interessa indagare come esso venga attraversato da relazioni di potere, da dinamiche sociali e da soggettività che lo abitano e lo trasformano.

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Dettaglio dell'opera di Pamela Diamante. Foto di Alessandra Costantiello.

 A: Qual è il tuo primo ricordo legato all'arte?

P: Da piccola mia madre mi parlava e mi mostrava in TV Amanda Lear, spesso accanto a uno strambo personaggio dai baffi all’insù, Salvador Dalí. La loro stravaganza e libertà avevano qualcosa di magnetico, erano per me profondamente rassicuranti. Mi sono sempre sentita “diversa”: già a tre anni avvertivo una consapevolezza della mia identità e della mia sessualità. In loro riconoscevo delle soggettività non convenzionali

A: Pamela Diamante da Caporal Maggiore dell'esercito italiano ad artista, com'è nasce questa scelta? e pensi che la tua esperienza militare ti abbia forgiato e/o ispirato per la tua arte?

P: È ormai una vecchia storia. Mi arruolai a 17 anni proprio perché mi fu impedito di studiare arte, sono sempre stata abbastanza reazionaria. In realtà, avevo una grande fame di conoscere il mondo, di vivere qualcosa di diverso dal mio quotidiano e di confrontarmi con ciò che non conoscevo.

Grazie a questa esperienza ho iniziato a viaggiare in tutta Italia per visitare mostre d’arte e ho cominciato a formarmi da autodidatta. Credo che si attraversino molte vite prima di arrivare a se stesse.

Fin dagli inizi della mia sperimentazione artistica ho avuto una forte attenzione alla dimensione formale, di cui parlavamo prima, penso che sia proprio un’eredità di quell’esperienza.

A: Quali sono i tuoi progetti non realizzati, quelli che non sei mai riuscita a mettere in pratica che ti stanno particolarmente a cuore?

P: Nel corso di questi anni ci sono stati diversi progetti a cui ho dovuto rinunciare, a volte perché troppo complessi, quasi impossibili da realizzare. Ad esempio, una volta progettai un tunnel triangolare in vetro di 3 × 3 × 9 metri. Al passaggio dello spettatore, sulle superfici vetrate avrebbe dovuto comparire la condensa di un respiro. Mi interessava quella traccia di esistenza così effimera.

Grazie al supporto di un mio collezionista, lavorai con un’équipe di ingegneri, ma non riuscimmo comunque a venirne a capo; anche solo la fase sperimentale del progetto era talmente onerosa da costringermi a rinunciarvi.

Mi piacerebbe, un giorno, poter mostrare anche questi processi e condividerli all’interno di una creazione open source.

A: A cosa stai lavorando attualmente?

P: Sto continuando la ricerca sul meridione, sull’essere Sud, c'è già un corpo lavori che vorrei realizzare e presto in occasione dei miei prossimi appuntamenti potrete vederli.

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Installation view dell'installazione ambientale di Pamela Diamante presentata nella Sala del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana di Bari. Foto di Alessandra Costantiello

Quello che inizialmente appariva come un macchinario alieno e minaccioso svela infine la sua vera natura: è un monumento alla forza sotterranea del Sud. Gli ingranaggi non sono più lame che falciano, ma simboli di un attivismo che macina lo sfruttamento per trasformarlo in autodeterminazione. In questo 'tempio dell’invisibile', le braccianti agricole smettono di essere ombre della terra per diventare architette di una nuova comunità. L'opera non è dunque ferma: si muove nel solco del cambiamento tracciato da queste esistenze radicali. Non c’è immobilità, ma il dubbio che l’invisibile sia, in fondo, la parte più reale di ciò che ci circonda.

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