Incantamenti, sogni, piccoli luccichii intermittenti | in-corpora #04
Sulle cartografie e gli affetti, con Giulia Cannas di Francesca Schinzani | per in-Corpora
[Questa è una conversazione che riguarda affetti scomporti, effimeri e rocciosi, evanescenti e imperituri. Secrezioni più-che-umane che si mischiano a tracce di sentimenti antichi e che prendono le sembianze di un corpo che danza.]

Istruzione numero 1: raccogliersi
La rappresentazione cartografica è un dispositivo adottato dai poteri egemonici che, con l’inganno di “rappresentare”, fornisce informazioni parziali che strutturano una realtà sensibile. Non la riproducono, piuttosto la inventano. Creano mondi per niente desiderabili – pieni di linee dritte e muri che sanciscono confini invalicabili.
VOCE di Giulia Cannas è un performance che adotta la pratica dell’attraversamento collettivo come dispositivo per creare nuove cartografie. Sempre parziali, lacunose, sbilenche. Il primo incontro avviene in un punto dello spazio che potremmo chiamare periferia, margine, oppure bordo. All3 partecipanti viene consegnata una mappa che tradisce il suo stesso nome: nessuna indicazione di scala svela quanto durerà l’attraversamento, cosa accadrà nel tragitto.
[Mi vengono in mente quelli che Deleuze e Guattari chiamavano “concatenamenti”, legami inaspettati che si strutturano per alleanze.]
Istruzione numero 2: desiderare
I desideri, come le falene e i mostri abitano in mezzo all’erba. Si nascondono sotto le foglie o la corteccia degli alberi. Posti piccoli piccoli e sempre un po’ umidi dove pare ci sia molto spazio per l’immaginazione. Non il sogno, più la possibilità di riuscire ancora a pensare a futuri desideranti, desiderabili.
Sul retro della mappa, un invito: mischiatevi con il mondo.
[Ho sempre pensato che “mischiare” trattenesse un fascino un po’ fanciullesco. Che fosse una parola da bambin3, che poi – da grandi – si smette di usare perché c’è sempre qualche altro termine più preciso: combinare, amalgamare, fondere. Mischiarsi con il mondo mi sembra un invito a rinunciare alle categorie di “natura” e “cultura” in favore di un fare collettivo che contempla l’azione congiunta di umani e non umani.]

Istruzione numero 3: guardare/guardarsi
In uno spazio residuale, con l’asfalto mezzo rotto e circondato da rete d’acciaio che non si sa più cosa volesse dividere, appare una creatura che danza. Attorno si raccoglie un pubblico: un insieme disordinato di corpi che esiste solo attraverso le sue stesse azioni. Corpi incerti che iniziano a parlarsi, si avvicinano diffidenti e si scoprono alleati.
Mi piace che spesso siano accanto ai luoghi del quotidiano, che li abbiamo dimenticati o non visti, e mi piace la possibilità di poterli guardare con occhi nuovi.
Per Rancière, l’atto politico si realizza nell’affermazione di corpi affettivi che subentrano in uno spazio preesistente, o meglio che rivendicano il diritto di esserci sempre stati senza essere presi in considerazione. VOCE nasce da questa urgenza affettiva. Mi riferisco agli affetti in senso spinoziano: non emozioni individuali ma forze relazionali che aumentano o diminuiscono la capacità dei corpi di “affectare” (letteralmente, colpire) e di “essere affetti” dagli altri corpi. In questo senso, l’affetto rappresenta una dinamica collettiva che attraversa i corpi e li eccede, crea atmosfere. La performance di Giulia Cannas, che ha debuttato nel 2024 a Carloforte in Sardegna, si colloca in questo campo di intensità.
Quando a 16 anni ho iniziato a danzare mi perdevo in sessioni infinite di improvvisazione. Abitavo ancora a Iglesias e, dato che in casa mia non c’era spazio, andavo a danzare nei parcheggi sotto casa. A volte ci ripenso e un po’ invidio quel bisogno: non c’era un giorno in cui non mi dedicassi alla pratica, proprio perché mi andava, mi faceva stare bene e ne avevo bisogno.

VOCE nasce da alcune suggestioni – ancora, infantili e affettive – emerse dalla lettura di Bella Mariposas, un racconto breve di Sergio Atzeni pubblicato postumo nel 1996. In questo spazio marginale e già compromesso, dove la modernità si presenta soltanto sotto forma di frammenti rotti, le voci delle bambine si stratificano, si sovrappongono, si deformano, diventano eco che si rincorrono e si contaminano.
La prima volta che ho letto Bella Mariposas avevo 12 anni, e si può dire che sia stato il primo libro davvero importante per me. Il libro parlava proprio di quartieri come quelli in cui vivevo io, e quelle due ragazzine mi ricordavano molto me e le mie amiche…creative, vispe, con questa voglia di manifestarsi al mondo. Con manifestarsi al mondo intendo semplicemente avere la possibilità di esistere, di fare, di esserci, di partecipare, di mettere in luce qualcosa, di guardare le cose dimenticate con dolcezza.
VOCE si colloca precisamente in questo spazio incerto, tra ciò che viene pronunciato e ciò che resta inascoltato. È un tentativo di dare forma a un insieme di presenze che non coincidono mai pienamente con una singola identità, ma che emergono come tracce, frammenti, residui di esperienze e percezioni. In questo continuo slittamento, ciò che si manifesta non è una trama compiuta, ma una costellazione di apparizioni: immagini intermittenti, memorie che affiorano e si ritirano, segnali deboli che sembrano provenire da una trasmissione disturbata. VOCE prova a raccogliere queste oscillazioni. Un tentativo, forse, di trattenere le voci nel momento stesso in cui rischiano di dissolversi, provarsele a immaginare quando sono già evaporate.
Nella scena del mondo, una danza appare come estremo tentativo di salvare la memoria.

La stessa sensazione di memorie vicine all’evaporazione contagia Alba, una coreografia che prova a ricostruire il legame sfilacciato tra passati sfuggenti e futuri inafferrabili. Attraverso un’indagine sul movimento che man mano si fa sempre più riconoscibile, Cannas dà forma a sogni e ricordi di generazioni intrecciate. Sembra voler scavare sotto spessi strati epidermici fino a trovare l’origine di ogni gesto.
Nel farsi di questa ricerca sensibile, il suo corpo si trasforma in un archivio vibrante e incarnato che porta con sé tracce sedimentate nel tempo, intrecciando le proprie origini tra la Sardegna e l’Albania.
Alba è la fotografia di un ricordo, la testimonianza di un viaggio.
L’Albania rappresenta la sagoma di un luogo, sparito tra immagini confuse viola e a righe. Nel salotto di casa prendono forma figure nascoste in un tempo lontano: una nave sa di cemento, il bosco è muto, tre spari, il cielo.
Nell’attesa, una famiglia resta immobile tra gli odori di una volta e il mare calmo.
Una TV un po’ demodè proietta frammenti di riprese amatoriali, di quelle che facevano gli adulti quando eravamo bambine, con le inquadrature sempre tremolanti e gli echi di voci fuoricampo. Si sovrappongono livelli diversi di memoria – visiva e corporea – che non si limitano a rappresentare il passato, ma lo riattivano, lo trasformano e lo rendono presente in una forma sempre parziale. Ogni movimento parte dal ventre: sembra che lì si annidino tutte le sensazioni del mondo (più o meno questo sosteneva Martha Graham). Prima una contrazione profonda, come un dolore trattenuto, poi un rilascio che si libera nello spazio. Un urlo, una ferita che si squarcia e invade tutto.
L’alba è il bagliore che rompe, il momento in cui il giorno si manifesta, quando la luce inizia a farsi strada sospesa tra la notte e il nuovo inizio. Alba costruisce una danza prima della luce, al chiarore di un cominciamento. Rincorre l’evidenza spalancata di un grido di ritorno, fino al tempo in cui ogni lingua parlata sembri la stessa.
Crediti
VOCE
Di e con Giulia Cannas
Conversazioni Enrico Frisoni, Donatella Martina Cabras e Alice Ortona Coles
Fotografia Francesco Rosso/CasaUIZA e Federica Zedda
Alba
Di e con Giulia Cannas
Sound Designer Lorenzo Minozzi
Sguardi e Conversazioni Enrico Frisoni
Costumi Alice Ortona Coles
Produzione Fuorimargine Sardegna
Con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea” 2024
Bio
Giulia Cannas è autrice, performer e danzatrice interessata alla danza come manifestazione di esistenza. Il suo percorso artistico è da sempre guidato da una ricerca profonda sul movimento, che l'ha condotta a sviluppare un linguaggio scenico sperimentale e personale. Il suo lavoro si radica in Sardegna, pur coltivando allo stesso tempo relazioni con contesti creativi nazionali e internazionali, ampliando continuamente lo sguardo e contaminando il linguaggio artistico.
Giulia Cannas è sostenuta da Fuorimargine, centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna, e fa parte dell’Associazione culturale movimentopoetico.
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