Luna e Nettuno: riflesso e dissoluzione | Cygnus #02
Cygnus prova a indagare la nostra immagine attraverso il linguaggio simbolico dell’astrologia: una nuova agenda di Salgemma a cura di Rada Koželj
Torniamo a spingere il portone intagliato del nostro Planetario: la chiave gira più facilmente quando ricordiamo la pressione che ne schiude la serratura.
Ormai lo sappiamo: se ci troviamo qui è perché cerchiamo nel linguaggio simbolico dell’astrologia qualcosa che parli di noi, senza pretendere di definirci. L’unica didascalia che soddisfi questo appetito è quella che amplifica la portata dell’immagine, non quella che ne riporta le presunte dimensioni.

Se gli aggettivi stereotipati che associamo ai segni zodiacali possono distrarci con un compiacimento a breve termine, ciò che troveremo nel nostro Planetario è un confronto con l’esperienza umana in tutta la sua estensione. Ogni tema natale, infatti, può essere osservato come la rappresentazione del fenomeno esistenziale umano: dal momento della nascita al momento della morte. Alla contemplazione delle nostre vite come passaggi transitori e limitati — almeno dal punto di vista della dimensione materiale — spesso preferiamo il rincorrere definizioni che ci esaltino o deludano una volta per tutte, senza scomodare possibilità di trasformazione che coinvolgano il crollo delle illusioni confortanti in cui ci sforziamo di identificarci.
Se nella scorsa incursione planetaria abbiamo delineato il rapporto tra creazione e principio solare, oggi toccherà prestare attenzione, per equità, alla sua controparte lunare. Se nel principio venusiano abbiamo individuato la capacità di fondere — grazie alle alte temperature affettive e passionali — elementi contrapposti, oggi indagheremo un’altra forma di unificazione: quella trascendentale, ma anche illusoria, legata al pianeta Nettuno.

Sole e Luna, in astrologia, vengono definiti luminari perché la loro funzione primaria è legata alla luce: diretta quella del Sole, riflessa quella della Luna. Proviamo a figurarci questa differenza trasportandola nel nostro sistema planetario interiore e comprenderemo che, se la nostra luce diretta è combustione energetica solare ed essenziale — legata all’energia imprescindibile alla vita — quella riflessa dalla nostra Luna interiore racconterà il nostro modo di recepire e riflettere le impressioni esterne secondo modalità sensibili soggettive.
Qualsiasi stimolo esterno, infatti, è mediato dalla Luna: il suo moto è il più veloce e mutevole (pensiamo al ciclo lunare, che si esaurisce e rinnova ogni 28 giorni circa) e il suo influsso è da sempre unità di misura che scandisce cicli fisiologici umani e naturali, rendendola protagonista dei ritmi legati all’agricoltura.
Il concetto di nutrimento è strettamente associato alla sua simbologia femminile, ma anche alla crescita che avviene nel periodo dell’infanzia, conservando nel suo serbatoio di significati la memoria del passato individuale e collettivo. Il suo legame con l’origine è insieme nascita neonatale e lignaggio emotivo generazionale, e rappresenta sia l’immagine che percepiamo di noi stessi sia i moti imprevedibili delle “masse”.
Ma quale può essere il suo contributo nei processi creativi?
Innanzitutto, la Luna concorre al processo generativo, presiedendo l’incubazione e la crescita che richiedono sviluppo interiore, spesso più inconscio che consapevole. Comunemente noto è il suo rapporto con l’attività onirica, processo che consente l’elaborazione inconscia di contenuti altrimenti ingestibili dall’io cosciente: durante questa incubazione, producendo sogni, siamo tutti creatori di immagini vive, appartenenti a una dimensione peculiare e altra.
La Luna è regina dell’invisibile: che sia interiore (le emozioni e i sentimenti soggettivi che ci attraversano), immaginario o latente. La soggettività delle impressioni lunari amplifica l’immaginazione di scenari alternativi, visioni trasversali, realtà emotive che infondono anima negli oggetti e atmosfera carica di significato negli ambienti.
Escludere la Luna dal processo creativo è una tipica espressione del predominio maschile-solare: illuminare, razionalizzare e sottomettere l’invisibile e il soggettivo in nome di una presunta armonia vittoriosa e ordinatrice.

In un tema natale, l’utilità della Luna è spesso sottovalutata: comprendere la sua natura e le sue richieste può coincidere con un’inaspettata traduzione dei nostri bisogni più intimi, quelli che, se insoddisfatti, conducono alla più profonda e apparentemente inspiegabile infelicità.
Tra processo creativo e soddisfazione dei bisogni intercorre un legame sottile e ambiguo: se i bisogni primari — quali nutrimento emotivo e materiale, senso di protezione e capacità di stabilire legami intimi — vengono raggiunti con successo, l’anelito alla realizzazione creativa non ha ragione di esistere. Soddisfatti i propri bisogni, la Luna potrebbe, come abbiamo ipotizzato analizzando il Sole, dedicarsi alla funzione materna che la vuole genitrice.
Eppure, complice l’assetto della civiltà umana, è raro che i bisogni della Luna incontrino pieno riconoscimento: la loro soddisfazione è spesso sorvolata, e la prosecuzione della specie umana avviene raramente da una posizione di genitorialità cosciente. Ci si potrebbe aspettare, comunque, che una Luna in domicilio nel segno del Cancro, o esaltata nel segno dei Pesci, trovi il proprio compimento nella maternità biologica: questo può accadere — e accade frequentemente, con teneri risultati — eppure, proprio la carica di emotività e progettualità sensibile rende queste Lune facilmente vittime di un complesso materno subito durante l’infanzia.
Madri estremamente emotive che hanno nutrito soffocando il bisogno di autonomia, o che hanno riversato le proprie sofferenze sul bambino, che ha imparato a viverle come proprie. L’estrema ricettività si troverà facilmente a frequentare il proprio mondo interiore, arredandolo come rifugio e come risorsa di protezione, spesso immaginaria, connessa alle promesse confortanti dell’invisibile.
Il bisogno di creare diventa il bisogno di ri-creare le condizioni ideali che avrebbero potuto proteggere la propria sensibilità dalle ferite inferte dal mondo esterno. Ogni composizione è il frutto di uno slancio di dolcezza che non ha trovato rispondenza nella realtà, ma che, anziché esaurirsi, si è ritratto internamente, pazientando fino al momento in cui il capriccio inascoltato sarebbe diventato un canto compiuto in se stesso. In questa sua incubazione generativa, la Luna si trova a complottare, spesso e volentieri, con il suo collega preferito tra i lentissimi del Sistema Solare esterno: il pianeta Nettuno.

Nettuno: a differenza del veloce luminare, il gigantesco pianeta impiega circa 164 anni per compiere il giro completo dello zodiaco. Governatore di tutto ciò che non è definibile né schematizzabile, Nettuno è il pianeta associato alla trascendenza, a emozioni soggettive che si intensificano fino a sconfinare nell’universale, dissolvendo confini e sospendendo la separazione percepita dal soggetto, che, tendendo all’assoluto e perdendo le coordinate della propria centralità spazio-temporale, si sente riunito — o meglio, riassorbito — da quel tutto da cui sente di provenire e a cui, finalmente, gli è dato di tornare.
Eppure, le promesse di Nettuno sono spesso illusorie: non perché gli piaccia ingannare, ma perché la sua natura, così legata alla funzione trascendente, è — per l’essere umano — difficile da incarnare senza imboccare scorciatoie. Sostanze stupefacenti o dipendenze affettive diventano allora mezzi attraverso i quali ottenere la promessa nettuniana che ricongiunge annientando i confini individuali, sollevando l’io dal peso della propria finitezza, al prezzo di illusione, dissociazione e intossicazione.
L’altrove nettuniano è fuga fantastica e ispirazione geniale nel suo domicilio primario, il segno dei Pesci, dove è romantico e compassionevole. Nel suo domicilio base, il Sagittario, assume invece valenza di esplorazione fisica o visionaria, notoriamente associata ai viaggi, ma anche alla filosofia.

Rispetto al processo creativo, Nettuno è la musa ispiratrice che trascina e detta sotto ispirazione spietata, scandendo ritmo creativo e tormento esistenziale perfettamente rappresentato dal cliché di un artista che compone la propria opera in una soffitta decadente, soffrendo i morsi della fame, ma sospinto da un’incrollabile fede nella necessità della propria opera: frutto di una vocazione sacrificale. Un estremo idealismo che coincide, allo stesso tempo, con la ricerca di salvezza — dalla propria condizione umana, dai tormenti biografici, da un bisogno di compensare la sensazione di vivere da sempre una condizione di esilio dalla realtà.
Osserviamo qualche esempio partendo dall’espressione nettuniana più tipica: la composizione musicale. Arte invisibile, eppure penetrante, forse la più potente per quanto concerne la capacità di evocare dimensioni di ordine sovrumano.

Wolfgang Amadeus Mozart è l’esempio perfetto: la sua Luna in Sagittario è congiunta a Plutone e si trova nel settore corrispondente alla famiglia d’origine. Un’infanzia caratterizzata da talento musicale precocissimo e da continui viaggi legati alla sua formazione, ma anche una natura irrequieta e plutonicamente magnetica, protagonista. Se alla sua personalità notoriamente eccentrica non sorprende associare il suo Sole in Aquario — segno spesso sintetizzato da aggettivi quali anticonformista o geniale — è interessante notare che questo Sole riceva l’opposizione di Nettuno in Leone, esasperando l’eccezionalità in tutti i sensi: un talento, una vita e una morte fuori dall’ordinario.
Vita brevissima di un artista nettuniano consumato dalla propria musa: come molti della sua schiera, sembra rappresentare l’incarnazione umana di un fenomeno inadatto alla vita terrena, troppo intenso e incontenibile per abitare a lungo la dimensione del reale. Gli artisti nettuniani (pensiamo al “club del 27”: i talentuosi e celebri musicisti deceduti alla stessa giovane età) compaiono come meteore che ipnotizzano con la loro luminosità abbagliante: il pubblico li osserva, sconvolto dalla deviazione della loro traiettoria galattica che, per qualche inspiegabile motivo, devia fino a scontrarsi sulla superficie terrestre, dove si consuma la loro spettacolare collisione fatale, spesso prematura.

Anche nel tema natale della scrittrice Clarice Lispector ritroviamo una forte componente nettuniana. Sole e Luna congiunti nel segno del Sagittario raccontano dei suoi spostamenti biografici: nata in Ucraina, emigrò con i genitori, ancora neonata, e crebbe in Brasile, continuando a viaggiare dopo aver sposato un diplomatico brasiliano (il Sole in Sagittario rappresenta qui anche il marito, il maschile a cui ci si lega stabilmente).
Oltre al significato letterale e geografico, è nella sua espressione letteraria che il perseguimento dell’altrove si rivela perenne, quasi ossessivo. Le protagoniste dei suoi romanzi sembrano smentire l’utilità di una trama: il soggetto della scrittura sembra essere la scrittura stessa, intesa come filtro di un sentire tentacolare, totalizzante, in un continuo sprofondare al di sotto dei dettagli che sconvolgono la percezione in contesti apparentemente insignificanti, quotidiani, privi di azione esplicita.
La sua lettura lascia difficilmente indifferenti: può risultare insostenibile o assurdamente appagante, ispirata o delirante. È uno splendido esempio di scrittura lunare, soggettiva, che — con il sostegno armonico del trigono formato tra Luna e Nettuno — enfatizza il diritto ad affermare il sentire come strumento di creazione e liberazione dalle costrizioni del reale.
Nella sua ultima intervista televisiva, nel 1977, Lispector risponde con placidità e risolutezza a ogni tentativo di speculazione sulla natura della sua scrittura: racconta che un professore di letteratura ha letto un suo libro quattro volte e non è riuscito a capirlo — lo stesso libro che una ragazza diciassettenne tiene sul comodino e legge ogni sera, sentendosi capita.
“La letteratura,” dice, “è una cosa che non si può capire: o ti tocca o non ti tocca.”
Trasmessa nove giorni dopo la sua morte, l’intervista si conclude con una dichiarazione premonitoria, pronunciata prima di scoprire la malattia che le sarà fatale:
“Ecco, io ora sono morta. Vediamo se resuscito. Per il momento sono morta... sto parlando dalla mia tomba.”
Una profezia oracolare, tipicamente nettuniana: l’intuizione di chi ha sempre vissuto sul margine, parlando da un aldilà a cui non ha mai smesso di appartenere.
Artisti solari, venusiani o nettuniani spesso convivono nelle stesse correnti, nei movimenti e nei contesti che di volta in volta trasformano l’approccio umano alla creazione e all’espressività: formano un Planetario che persegue la bellezza e ne trasforma continuamente i lineamenti, eternamente sfuggenti, attraenti e salvifici.
Confusi dalle suggestioni di Nettuno e illuminati dalla Luna, siamo pronti a richiudere il portone del Planetario.
La prossima volta, con Plutone, ne visiteremo i sotterranei!

